04 septiembre 2017

Perché l'evoluzione digitale ha creato nuovi uomini di Neanderthal

Internet dovrebbe farci conoscere il mondo, avvicinarci, connetterci in un'unica enorme famiglia mondiale e invece per il suo utilizzo sconsiderato stiamo retrocedendo all'era dell'uomo di Neanderthal.
Siamo diventati una generazione di giudici e filosofi, che puntano il dito contro chi ha la sventura di mettere a nudo gli errori che fanno tutti quotidianamente. Gli internauti, quando sono davanti a uno schermo in un nanosecondo hanno la possibilità di trasformarsi in Baudelaire, Einsten, Casanova, Sepulveda, Benedetti e Coelho, grazie a Google che con il tempo è diventato il loro vero cervello. Non c'è neppure più bisogno di studiare qualcosa, capirlo e archiviarne i ricordi. C'è già qualcuno nell'etere che lo ha già fatto al posto loro e che lo ha gentilmente condiviso perché lo possano sfoggiare con qualcuno che devono convincere di essere speciali.
Non c'è nulla di speciale ad essere normale, recita il titolo di uno dei molteplici gruppi nati su Facebook che dispensano frasi banali e scontate che fanno presa su molti e generano dibattiti a non finire. È vero, non c'è nulla di speciale ad essere normale, ma oramai il normale si sente automaticamente mediocre e frustrato e quindi l'unica maniera per sfogare la sua rabbia è mettersi davanti a una tastiera e trasformarsi in un leone. I bersagli sono tutti, l'importante è che commettano un errore. E quando si parla di errori non si intende omicidi pedopornografici o stragi di massa, ma più semplicemente una negligenza che potrebbe essere di tutti, come un tradimento, come un insulto durante un diverbio tra due automobilisti. Vale tutto, l'importante è che si può ostentare quell'insopportabile sensazione di perfezione, quell'essere almeno per un attimo dalla parte giusta della barricata, da quella dei giudici e non degli imputati.
La violenza che fa più paura in rete non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle cosiddette persone normali, che dietro la protezione di uno schermo possono sfogare i loro istinti più sanguinari. È facile dire "è colpa dei social, è internet che è il mostro con le zanne, si stava meglio quando le persone si guardavano negli occhi e non attraverso il filtro di uno smartphone". Dare la colpa della mestizia umana a internet è come incolpare una Ferrari stampata contro un palo di aver fatto morire chi la guidava, dimenticandosi che non avesse né patente né la minima idea di come frenare. La verità è che la malvagità umana c'è sempre stata, ma prima la si poteva sfogare solamente contro una televisione che comunicava in maniera unidirezionale o con un gruppo di amici davanti al cicchetto al bar. 

A parole tutti, nessuno escluso, dicono qualcosa con cognizione di causa, partendo dal voler fare giustizia o solidarizzare a favore del più debole. Ma alla fine la sete di giustizia scatena una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare. E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna?
Qualche giorno fa da queste parti, a Quito, è successo uno di quei casi talmente comuni che non meriterebbero neppure menzione, ma che sono la cartina di tornasole perfetta dei tempi in cui viviamo.
Un pedone attraversava le strisce, un furgone ha frenato all'improvviso, finendo per invadere la zona pedonale. Questi ha colpito con un pugno il cofano anteriore del veicolo e l'autista per tutta risposta è sceso e lo ha coperto di insulti, mentre l'uomo a piedi in maniera automatica, come se fosse stato indispensabile, ha ripreso la scena in video con il telefono. Lui era quello buono, quello che voleva solo attraversare, mentre l'altro era il male, il cattivo in sella a una bestia con gli artigli e le ruote chiodate. La sua sete di vendetta si è acuita quando si è reso conto che il furgone fosse senza targa e con i vetri oscurati, tipico degli autoveicoli governativi. Il video ovviamente è finito online diventando virale in un attimo, perché tutti i pedoni (anche se un attimo prima erano automobilisti esattamente come lui) non aspettavano altro  che inveire contro il mostro per aver quasi provocato un incidente e per aver perso la testa, additandolo come il politico approfittatore e prepotente. A nulla sono serviti i chiarimenti del pilota del veicolo che spiegava come fosse semplicemente l'autista del capo di un'impresa. La stupidità della tempesta che ne è seguita è stata ovviamente superiore di un diverbio che si sarebbe potuto concludere con un vaffanculo e un dito medio. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della ragione.

 C'è da dire anche che una volta per spettegolare di qualcuno come facevano le comari nei borghi di periferia almeno bisognava conoscerlo di vista, per poter vedere una rissa e raccontarla agli altri bisognava rischiare di prendersi un pugno nell'avvicinarsi. Adesso è tutto permesso comodamente seduti sul divano o alla peggio dalla finestra del balcone di casa con il conforto di una videocamera integrata e un video del litigio del vicino da condividere con tutti.
Una volta, in maniera provocatoria durante una cena tra amici, proposi la soluzione al dilagare della stupidità umana sui social: ogni commento costa 1 euro, un post su Facebook 5, caricare immagini 10 e video 20 euro. Se pubblichi o condividi una bufala riconosciuta viene sospeso il tuo profilo per una settimana, se fai commenti offensivi, minacce di morte o errori grossolani di grammatica, l'account viene sospeso a tempo indeterminato. O Facebook & C. si spopolerebbero nel giro di una settimana, mi risposero, o semplicemente commenterebbero a vanvera solo gli stupidi ricchi e pagare sarebbe il lasciapassare per poter dire qualsiasi tipo di orrore. In un mondo nel quale le persone non vogliono più pagare niente e il sistema dà ragione a loro, dato che guadagna di più dalla loro semplice presenza che estorcendogli denaro dal portafoglio, pagare per esprimere un'opinione in effetti suonerebbe maledettamente antipatico per la libertà di espressione e antidemocratico in stile Corea del Nord.

No, la soluzione non è privare le persone, anche le più ostinatamente imbecilli, della parola, non ha mai funzionato.
Tutta questa intolleranza verso i social, verso chi commenta augurando la morte a qualcuno, verso chi ha sempre l'ultima parola su tutto ci fa diventare esattamente come loro (del resto se odi gli hater diventi hater anche tu e così si torna al punto di partenza dei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte). L'intolleranza non ha mai risolto nulla, se non generare ancora più intolleranza. Come un male necessario e inevitabile bisogna accettare la sua esistenza per esserne immuni. Tempo fa facevo due chiacchiere con una persona che era preoccupata del fatto che i suoi finti amici le parlassero alle spalle. La guardai e le dissi senza tanti giri di parole: "Smettila di preoccuparti, perché tanto questo succede e succederà sempre". Proprio come chi del gossip, del pettegolezzo, della cattiveria gratuita proprio non riesce a farne a meno, esisteranno sempre coloro che sfogheranno la frustrazione per la loro vita inutile con minacce di morte, insulti e ogni tipo di orrore dietro lo schermo di un telefono o di un computer.
 Magari ignorandoli, evitando di finire nei commenti a piè di un articolo o di un post e spendendo il tempo per utilizzare internet per come è stato concepito, potranno scomparire dalla nostra vita e smetteranno di condizionare negativamente la nostra quotidianità, esattamente come fantasmi che spariscono appena si accende la luce.

Per concludere, proviamo a fingere per un momento che il web sia ormai il migliore dei mondi possibili. Che razza di senso può avere andarsene in giro per post e aggiornamenti con la bava alla bocca nel tentativo di fare a botte virtualmente con la foto di un profilo altrui?
Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre virtuali non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in questo modo dissennato. Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un attimo – cosa ci stiamo precludendo comportandoci a parole come pazzi sanguinari? Che cosa stiamo perdendo nel non usare la rete esattamente come dovrebbe essere usata, e quindi per evolverci? 

La risposta la sapete già.
Haters del cazzo.


25 agosto 2017

ECUADOR, Lenin Moreno, il Frank Underwood dell'House of Cards ecuadoriano



(ECUADOR) - Lenin Moreno è uno squallido voltagabbana o è il più astuto dei politici americani, da far impallidire persino i magheggi e i  sotterfugi di Frank Underwood in House of Cards? Se lo stanno chiedendo in molti in Ecuador da quando è stato eletto tra accuse di brogli elettorali (come sempre da queste parti),  minacce che il Paese sarebbe diventato come il Venezuela, rivolte di piazza che si sono affievolite al primo ponte festivo.
Tutti quelli che hanno votato il candidato di destra Lasso sono andati avanti per mesi con la tiritera che Moreno fosse un burattino legato a doppio filo al presidente uscente Correa e soprattutto al suo fidato vice Jorge Glas. Secondo loro infatti Moreno, che dopo un incidente è costretto sulla sedia a rotelle, avrebbe lasciato l'incarico dopo qualche mese per fare insediare il braccio destro di Correa e continuare con la Rivoluzione Ciudadana che tanto ha spaccato in due il Paese, al netto di quello che di buono ha fatto.
Sembrava un copione talmente scontato che qualcosa di imprevisto doveva passare per forza, come in un giallo con il finale a sorpresa o come in un film di Christopher Nolan. Moreno, che è stato appoggiato in campagna elettorale come il segnale più forte di continuità con il passato, ha realizzato il più classico dei colpi di teatro, prendendo decisamente le distanze dal suo predecessore e iniziando una politica volta al dialogo e alla riconciliazione tra le varie parti politiche e sociali.
L'azione più clamorosa e per la quale si è aperta una faida nel partito di maggioranza tra chi appoggia il presidente e i correisti più radicali è stata togliere ogni funzione al vicepresidente Glas, sotto indagini preliminari per peculato e altre presunte pratiche illegali, nell'ambito dello scandalo Odebrecht che sta mietendo vittime illustri in mezza America Latina. Durissima la reazione di Glas, del cerchio magico di Alianza Paìs e dello stesso Rafael Correa, che ha subito gridato al complotto.
Il dialogo sembra l'asse portante della presidenza di Moreno, che ha esortato il popolo ecuadoriano a unirsi nella lotta alla corruzione da ogni parte questa provenga e la stampa a denunciare liberamente scandali, anche se questi coinvolgono membri del suo governo o del suo partito.

Uno dei primi provvedimenti del presidente della Repubblica è stato di riaprire la porta al dialogo con la Conaie, movimento indigeno osteggiato da Correa, restituendogli la sede e assicurando indulto ed amnistia a vari dirigenti indigeni.
Moreno sta interpretando quindi un nuovo approccio, dettato dalla sua indole più dialogante, ma non per questo meno determinata, e probabilmente dalla necessità di evitare una polarizzazione di stampo venezuelano, la stessa cosa che i destrorsi si aspettavano con il suo insediamento.  A proposito: che fine ha fatto l'opposizione che tanto sbandierava il rischio di un ritorno al Sucre come moneta nazionale e dello smantellamento della dollarizzazione con l'avvento di Moreno? Quelli che hanno votato Lasso sperando di non proseguire con il correismo si sono ritrovati paradossalmente vincitori nonostante la sconfitta di misura alle urne, dato il cambio di rotta deciso di Lenin e la guerra ormai aperta nei confronti dell'ex presidente, al quale non è rimasto altro che gridare al complotto via Facebook da un appartamento mansardato di Bruxelles.
Per quel che ha fatto vedere fino a questo momento, Lenin Moreno sembra un politico più esperto e navigato di quello che ha sempre lasciato presagire, evidenziando un cerchiobottismo tipico dei potenti più furbi e carismatici del continente, cercando di distruggere alacremente l'immagine del suo predecessore (e questo non può che portargli consensi anche dall'opposizione). La ricerca del dialogo dovrebbe far piacere a tutti, siano essi del suo partito o della destra, ma il fatto che i correisti più convinti gli abbiano voltato le spalle accusandolo di essere un traditore fa notare ancora una volta che la politica non potrà mai mettere tutti d'accordo, per il semplice fatto che è più facile dichiarare guerra a chi non la pensa diversamente (nonostante ci si condivideva il tavolo da pranzo fino alla legislatura precedente) che cercare un punto d'incontro e ammettere che il Paese, dopo dieci anni di correismo aveva bisogno esattamente di distendere i toni. La politica è l'arte del compromesso hanno sempre detto, ma i più radicali, siano essi correisti in Ecuador, lepenisti in Francia o salviniani e neofascisti di CasaPound in Italia il dialogo non lo vogliono, convinti di avere sempre la verità in tasca.

In Italia del resto, per due anni ha governato Matteo Renzi, che per le sue politiche ha fatto più contenta la destra che i suoi compagni di partito. Pare chiaro oramai che i partiti nati da ideologie di sinistra per governare debbano diventare di destra, cosa che non succede mai al contrario. Sono costretti a schiacciare l'occhiolino a provvedimenti che fino a poco tempo fa erano appannaggio di realtà repubblicane e neoliberiste, mentre quando il socialismo viene espresso ancora in tutta la sua sostanza i risultati sono semplicemente disastrosi (vedi Venezuela e Corea del Nord). Lungi da me dire che questo sia un bene, ma è semplicemente il risultato di un individualismo estremo che non permette e non accetta di aspettare i più deboli nella corsa verso il progresso.
In conclusione il socialismo, anche in America Latina, deve appoggiarsi alle stampelle della destra per poter continuare a stare in piedi e quindi ben venga il Moreno di turno che dà un colpo al cerchio e l'altro alla botte, nell'obiettivo, forse idealista e utopico, di mettere tutti d'accordo.

Poi forse domani mattina Lenin si sveglierà con la luna storta, rinnegherà il dialogo con tutti, reintrodurrà il Sucre, cancellerà la dollarizzazione, difenderà a spada tratta il suo vice Jorge Glas, al quale cederà tutti i suoi poteri per motivi di salute e vissero tutti felici, contenti e divisi. Perché forse la guerra tra fazioni e la politica come tifo da stadio è esattamente quello che vogliono i cittadini e un presidente dall'aspetto forte e arrogante come Correa farà sempre più presa di un bonario su una sedia a rotelle incline alla mediazione. E la sceneggiatura tornerà prevedibile come il peggior episodio di House of Cards.

21 agosto 2017

Lettera a un frustrato



A te che ti lamenti per il troppo caldo in estate, il troppo freddo in inverno e il clima pallido nelle mezze stagioni  (che da anni dici non esistere più alzando le spalle con la saccenza di chi crede davvero di sapere tutto), ti manderei a Los Angeles, sono sicuro che ti lamenteresti persino del clima sempre soleggiato,
A te che quando la rivoluzione tecnologica era già iniziata spaccavi computer o inneggiavi a chi lo faceva per te sul palco di un teatro,
A te che la grammatica è qualcosa per dotti, l'importante è il concetto, come se ti presentassi a un colloquio con la camicia sporca di fango pretendendo ascolto,
A te che da giovane hai sempre guardato con disprezzo chi non si allineava al tuo modo di divertirsi, chi preferiva una festa in casa a una notte da sballo in discoteca, chi un libro all'ultimo tormentone estivo, chi preferiva studiare e inventarsi un lavoro diverso per cambiare prospettiva e non dover odiare due terzi della vita proprio come succede adesso a te con il tuo lavoro,
A te che dicevi "ma come fai a viaggiare in giro per il mondo senza qualcuno che ti finanzia? Sicuramente avrai conti in banca alle Cayman.", perché per te è inconcepibile l'ingegno umano, dietro una conquista ci vedi solo ed esclusivamente qualcosa di marcio,
A te che "ma come fai a vivere in Sud America meglio di come faresti in Italia? Secondo me spacci, del resto cos'altro si va a fare in Sud America?", dimostrando che del mondo conosci giusto il giardino di casa tua e i tuoi pregiudizi ti farebbero mettere dogane e frontiere direttamente all'uscio della tua abitazione.
A te che hai sempre criticato la tecnologia, demonizzandola come un'arma di distruzione, la stessa grazie alla quale urli il tuo disprezzo verso il mondo, ma sostanzialmente verso di te, commentando come un forsennato dal salotto spoglio di casa tua,
A te che un giorno sei un politologo, il giorno dopo un esperto di vaccini, poi un fine conoscitore delle tendenze sessuali altrui, un allenatore di calcio ogni finale di Champions League e un fanatico di atletica ogni Olimpiade, 
A te che hai sempre l'ultima parola come si usa come i pazzi, che le cose le vedi solo dal tuo punto di vista volubile,
A te che grazie a qualcuno che ti ha messo in mano uno smartphone adesso non perdi occasione per essere su Twitter uno di quelli che rappresentano fedelmente il cosiddetto "popolo del web" al quale sostanzialmente non va mai bene niente e lo dice apertamente,
A te che critichi i "wrustel al mare" solo perché ti hanno lasciato in ufficio a puzzare aspettando la tua inutile settimana di ferie ad agosto, nella quale ti sentirai un re e non farai altro che trattare male chi avrà la sfortuna di incrociare il tuo cammino in un hotel, in una spiaggia o in un ristorante, pubblicando ovviamente le tue gambe indecorose con il mare in sottofondo,
A te che odi, detesti una star e la invidi ma che non saresti mai disposto a fare un decimo dello sforzo che ha fatto per diventare quello che è, ancora convinto che alzarsi la mattina, percorrere la tangenziale per andare al lavoro e stare 8 ore in ufficio sia la cosa più pesante del mondo,
A te che se vai una settimana all'estero ti credi Cristoforo Colombo ed è grazie a quelli come te che gli italiani fuori dai propri confini sono ancora considerati mafiosi, maleducati, ladri, quelli che gridano e quelli che pensano sempre di sapere tutto,
A te che "un politico non ha mai fatto un cazzo nella sua vita", inneggiando gruppi tipo "Dimissioni e tutti a casa" (e poi però devi andare tu in Parlamento e vedere di che cosa saresti capace), è per quelli come te che persone poco credibili come Grillo, Salvini, Le Pen, Maduro e Trump hanno la considerazione che mai avrebbero raggiunto in un mondo normale,
A te che se vedi nero vedi nemico,  solo perché qualcuno ti ha detto che dev'essere così e che sei capace di scambiare Samuel Lee Jackson per un clandestino in una foto virale,
A te che le regole si rispettano quando sono gli altri a doverti qualcosa, quando tocca a te essere onesto equivale a essere stupido e che te la prendi con un disabile perché gli rubi il parcheggio a lui riservato,

Sei quello che una volta al bar prendeva gli schiaffoni dietro il collo per le cazzate che diceva sul mondo e che adesso, grazie ai mezzi di cui disponi e a chi li ha creati, puoi spargere senza limite la tua merda sentendoti considerato come un premio Nobel, rigorosamente da un profilo falso senza neppure mettere la faccia.
Gente come te è pericolosa quanto un camion dell'Isis contro la folla, perché l'unica cosa nella quale puoi eccellere è distruggere quello che gli altri provano a costruire, fondamentalmente perché tra vivere ed esistere hai sempre scelto la seconda opzione.
Del resto, parafrasando Clint Eastwood, il mondo si divide in due categorie: gli spettatori non paganti paragonabili ai voyeur e chi la partita almeno accetta lo scotto di giocarla, convinto che qualcuno criticherà a prescindere. Lo farà non tanto per gli errori che chi gioca può commettere, ma più che altro per il coraggio che chi sta a guardare non ha mai avuto e mai avrà per scendere in campo e confrontarsi da vicino con i propri fallimenti.

17 agosto 2017

#Barcelona, risparmiateci la vostra inutile indignazione

I social network nelle ultime settimane erano talmente impestati di lotte senza quartiere tra vaccinisti e antivaccinisti, di scontri senza esclusione di colpi per rigurgiti omofobi mai del tutto mandati giù, che doveva succedere qualcosa di estremamente terribile per tappare la bocca a tutti. Non è stata la prima volta, purtroppo non sarà l'ultima, ma i morti sulle Ramblas di Barcellona sono finiti inevitabilmente in primo piano, facendo diventare tutto il resto un pallido rumore di sottofondo. 
La morte dovrebbe avere almeno un aspetto positivo. Almeno uno. Quello di farci rendere conto indistintamente quanto siamo fortunati a essere vivi. Dovrebbe unirci, dovrebbe farci stare in silenzio e tenerci per noi le nostre utilissime opinioni che nessuno ci ha chiesto. 
Dopo un fatto del genere sembra un riflesso incondizionato per il cosiddetto popolo del web farsi una domanda automatica: "E adesso che cosa dico? Che cosa scrivo per testimoniare la mia indignazione?" "Cosa scrivo di così politically correct per far sì che l'hater di turno non mi contesti il fatto di piangere solo i morti se sono in Europa o Usa e non se un attentato terroristico fa migliaia di morti in Medio Oriente? 
Del resto cosa c'è di male nel sentire il dolore per una città ferita così vicina alla nostra cultura e non battere ciglio se la stessa cosa avviene a Hong Kong o in Cina o in Siria? È cinico, certo, ma quante persone possono dire in tutta onestà di pensare in quanto razza umana e non in quanto individui? 
L'individuo ragiona come un animale per salvaguardare il suo spazio e reagisce solo quando viene minato il suo perimetro. Per questo #JesuisParis, #JesuisManchester, #JesuisLondra e ora #JesuisBarcelona. Del resto quando scorriamo la cronaca e leggiamo di un bambino morto in un incidente o in un attentato dall'altra parte del mondo, la nostra mente ci restituisce automaticamente un pensiero: "Poteva essere mio figlio, mio nipote", ma altrettanto velocemente ci suggerisce le parole "Sì, ma per fortuna non era lui". Questo proprio perché non pensiamo come razza umana, ma ci limitiamo a salvaguardare il nostro piccolo giardino. È umano tutto ciò, ma fino ad allora almeno risparmiamoci l'ipocrisia delle preghiere e i pensieri da due soldi su Facebook, che per trovarne uno minimamente intelligente bisognerebbe rovistare nelle bacheche come un barbone nell'immondizia.
C'è chi inneggia a Oriana Fallaci, vero idolo delle masse post attacco terrorismo, che dimenticano come la loro giornalista preferita era una che divideva e non certo che univa e di tutto si ha bisogno in questo momento meno che di odiare il diverso in quanto tale. Prudono le mani e gli occhi a leggere i soliti personaggi che non vedono l'ora di chiudere le frontiere del loro Paese, poi della loro regione, della loro città e poi direttamente barricarsi in casa, tanto uno smarphone dal quale spargere odio e ignoranza non passa i controlli delle loro dogane. Verrebbe voglia di insultare tutti, ma poi mi ricordo di uno dei pochi post intelligenti che ho letto ultimamente proprio contro gli hater: insultarli ci fa diventare come loro, la loro vita stessa è già di per sé un insulto. 

E quindi da domani tornate pure a odiarvi l'un l'altro tra novax e sivax, tra omofobi e libertini, senza apprezzare nemmeno per un istante il fatto che i terroristi abbiano colpito qualcuno che non eravate voi e senza capire che in questi casi l'unica cosa da fare sui social è lasciare una pagina bianca.
Perché a volte non c'è proprio niente da dire.

08 agosto 2017

VENEZUELA, qual è la verità sulla crisi senza fine?


Le elezioni farsa dell'Assemblea costituente appena celebrate hanno sancito che in Venezuela la democrazia è definitivamente andata a farsi benedire. Maduro ha del resto dalla sua qualcosa che è garanzia di stabilità al governo molto di più di quanto non sia l'appoggio del popolo: l'esercito dalla sua parte.

I vertici delle Forze armate, che dai tempi dell'insediamento di Hugo Chávez hanno accumulato un potere politico e un benessere economico senza precedenti, sono troppo collusi con il sistema per staccare la spina a un governo fallimentare sotto tutti i punti di vista e che ha dimostrato ancora una volta quanti danni può fare l'ignoranza al potere. Tentativi di insurrezione come quello di qualche giorno fa sono poco più che il fastidio di un sassolino nella scarpa dell'ex autista di autobus e decisamente troppo poco per destituirlo. L’opposizione è divisa e assolutamente priva dei mezzi necessari per incidere sulla direzione politica del paese.
Davanti a questo quadro desolante ci tocca leggere teorie cospirazioniste o video un tanto al chilo che dimostrerebbero come la situazione in Venezuela sia tranquillissima, sostenendo che la stampa è come sempre genuflessa agli Stati Uniti, che non vedono l'ora di intervenire con le loro bombe democratiche per ristabilire l'ordine. Negare che gli Usa facciano dell'ingerenza la loro arma principe in politica estera è come negare che il sole sorga a est. È pur vero che gli Stati Uniti sono come quella suocera che se vede un barlume di crisi tra il figlio e la nuora inizia a mettere "zizzanie" per far sprofondare il matrimonio. Insopportabile, vero, ingerenza che fa salire la pressione dal nervoso, verissimo, ma certo è che se la porta della crisi fosse sbarrata con un chiavistello nessuno, neppure la peggiore delle suocere, potrebbe mettere un piede tra lo stipite e l'ingresso.
Detto questo vorrei che i cospirazionisti facessero due chiacchiere con i duemila venezuelani che ogni giorno passano le frontiere venezuelane e colombiane per venire a vivere in Ecuador, la maggior parte dei quali alle ultime elezioni nel 2013 hanno votato per Maduro ed erano tutto tranne che antichavisti.
Ovviamente, secondo i complottisti, anche il Vaticano e il Mercosur si inventano di sana pianta la crisi venezuelana e i punti che vuole approvare la Costituente appena eletta sono un'invenzione. Punti che fanno accapponare semplicemente la pelle e che ridurrebbero uno dei paesi potenzialmente più ricchi del mondo alla stessa stregua della Corea del Nord.
Un Venezuela sempre più isolato diplomaticamente nell’emisfero, con un margine di manovra ridotto anche dal prezzo sempre più basso del petrolio, sarebbe costretto a dipendere per la propria sopravvivenza dalla Russia e dalla Cina, che sarebbero interessate a tenere in vita un regime alleato nella zona d’influenza degli Usa, riproponendo quello che successe durante la Guerra Fredda con Cuba. Sono stato a Caracas quattro anni fa, ai tempi dell'insediamento di Nicolas Maduro e difficilmente potevo immaginare che in neppure una legislatura la situazione andasse così fuori controllo. Basti pensare che quando cambiai la moneta locale era maggio del 2013 e con un dollaro si compravano 29 bolivares. Qualche giorno fa il cambio tra la moneta Usa e la valuta venezuelana era di 1=19'000.
 
Basterebbe solo questo dato per far capire che qualcosa è sfuggito di mano a chi governa. Ma tanto per loro la colpa sarà sempre dei gringos e il Venezuela andrà verso un periodo di prosperità tale da non avere neppure più bisogno di carta igienica e latte sugli scaffali. 








06 agosto 2017

Sui giovani d'oggi (NON) ci scatarro su


Da giorni leggo con sempre più insistenza un rigurgito di nostalgia da parte di chi, almeno in Italia, vorrebbe la reintroduzione della leva obbligatoria per i ragazzi che dall'adolescenza si affacciano all'età adulta. Secondo coloro che appoggiano il ritorno dell'anno in divisa i giovani di oggi avrebbero bisogno di "farsi le ossa" o "diventare uomini" al freddo di Tarvisio e dintorni invece di passare ore e ore chinati su uno smartphone a vivere sui social network.

In Italia, la leva obbligatoria è stata cancellata nel 2005. Nel resto d’Europa è ancora in vigore in paesi come la Danimarca, l’Estonia, la Finlandia, la Lituania, la Norvegia.
La cosa più paradossale è sempre questa lotta senza quartiere tra generazioni, molto spesso caratterizzata da un'invidia e da un odio che affondano le radici nell'impossibilità di considerare un punto di vista diverso dal nostro.
Avevamo ragione a 18 anni quando criticavamo una persona anziana che ci allarmava sul fatto che il mondo stesse andando allo scatafascio;
avevamo ragione a 25 anni quando guardavamo con disprezzo e superiorità uno dei nostri amici diventare padre giurando che noi non saremmo mai stati così stupidi da passare una vita di notti insonni, a sopportare mocciosi piangendo e pannolini ripieni di merda;
avevamo ragione a 35 anni spingendo un passeggino con un bambino dentro, disprezzando il single che di pargoli non ne voleva  proprio sapere, additandolo come un disadattato, "perché tanto prima o poi anche lui ci cascherà" e sperando segretamente che anche lui cadesse in tentazione per ritrovarlo al parco con la prole e potergli affermare il più classico "te l'avevo detto".
Abbiamo ragione (si fa per dire) a 40 anni nel disprezzare un ventenne che non ha l'obbligo di una leva militare, invidiando a morte la sua libertà e a malapena ricordandoci che anche noi, che il militare dovevamo farlo, cercavamo ogni escamotage per scamparci un anno completamente inutile.

Certo, diremo anche che l'imposizione di regole e la mancanza di alternative facevano abbassare la testa (oltre che la cresta) alle reclute, facendole tornare a casa dopo dodici mesi con un livello più alto di sopportazione del freddo e con un'incredibile abilità nel distendere le lenzuola e le coperte del letto (al netto del nonnismo subìto e fatto subire a sua volta ai nuovi arrivati).
"I giovani di oggi (millenials) sono più rincoglioniti di quelli della passata generazione (detta anche generazione X) " è la classica frase di chi aziona solo la leva della nostalgia e della frustrazione quando usa la materia grigia di cui dispone. Per loro il passato è rassicurante come una borsa d'acqua calda d'inverno e il futuro ha sempre le sembianze di un demonio con le zanne mimetizzate nello schermo di uno smartphone. Difficilmente si vogliono rendere conto che il mondo è già da tempo in una nuova era, che la tecnologia volenti o nolenti è parte integrante delle nostre vite e questo nonostante passino il 99% del loro tempo libero chinati su un telefono a invidare la vita altrui su un social network.
Nell'era tecnologica anche le guerre vengono combattute con armi diverse e un hacker risulta sempre più il generale 2.0, ma senza scomodare la politica estera, basta aprire Youtube per capire che i canali più influenti del mondo sono appannaggio di diciotto-ventenni. Questo vuol dire solo una cosa: che i giovani che tanto vengono considerati automi, ai quali tutto è dovuto, che non sanno lavarsi le mutande senza la mamma, che senza qualcuno che faccia loro da balia sono destinati a scontrarsi con la dura realtà del mondo del lavoro, sono gli unici che stanno capendo come rivoluzionare il mondo del lavoro stesso. Mentre passiamo il nostro tempo ad aspettare che si accenda la luce rossa del nostro personale pianeta virtuale, l'automazione ci sta spingendo inesorabilmente verso l'annullamento di domanda della forza lavoro. Le menti più illuminate della Terra sono impegnate per farci stare il più possibile in rete a cliccare, ad aumentare le visualizzazioni di questo o di quel contenuto e l'unica maniera per non limitarci a subirne l'effetto è diventare parte in causa, spremendo le nostre meningi per avere un'idea che ci permetta di guadagnare stando ore sul web, diventando così consumatori e fruitori delle intuizioni altrui e commercianti delle nostre.
Un recente studio americano ha rivelato come la popolazione mondiale stia in media cinque ore al giorno sulle reti sociali. Tutti, non solo i giovani. E la stragrande maggioranza del tempo occupato online non è impiegato a sviluppare idee ma esclusivamente alla ricerca dell'ultimo scoop che riguarda qualche pseudoamico conosciuto di sfuggita e che sostanzialmente ci è pure antipatico.
I giovani d'oggi sono praticamente nati con un tablet in mano e hanno le sinapsi ben più allenate di un quarantenne novizio della rete. Non tutti ovviamente, perché non si può neppure immaginare una generazione di geni del web, ma quello che si può auspicare è che i diciottenni trasformino il concetto stesso di lavoro. In un mondo nel quale la domanda è sempre più online, è naturale che le nuove leve si preparino quasi prevalentemente a soddisfare con un'offerta che passi dai canali Youtube, pensando a idee che soddisfino dall'esigenza più frivola a quella più elaborata. Ci sono perfetti signor nessuno sul web che con l'idea più banale hanno un bacino d'utenza degno di un calciatore del Real Madrid e guadagnano in un mese quello che la maggior parte dei trenta-quarantenni che li insultano recepiscono in due anni. Il rettore di Harvard ai tempi in cui veniva creato Facebook diceva  che "un giovane al giorno d'oggi se esce da questa università non cerca un lavoro, ma se ne inventa uno, in base al suo potenziale e alla sua immaginazione". Laureati o no, molti giovani hanno già capito che è più redditizio far lavorare il cervello con un'idea che le braccia facendo intascare il frutto dei loro sforzi a qualcun altro. Ed è questa la cosa che risulta più insopportabile a una persona della generazione X, che pensava davvero di cambiare il mondo indossando una divisa militare, soffrendo il freddo di Tarvisio convinto che questo l'avrebbe fatto diventare più uomo, imparando a sparare con un fucile e a rifare un letto. Nel frattempo il mondo gli è cambiato sotto gli occhi e adesso l'unica cosa che vuole è far buttare nel cesso un anno di vita agli altri esattamente com'è successo a lui.

In conclusione i giovani d'oggi sono rincoglioniti? Può darsi, anche perché non tutti diventeranno star su Youtube, ma lo sono esattamente come lo eravamo noi a sedici anni con mezzi e potenzialità totalmente a loro favore (per colpa o merito nostro che quelle potenzialità le abbiamo inventate).
Del resto noi a sedici anni passavamo ore e ore sul Sega Mega Drive e sul Sega Master System, bigiavamo la  scuola, umiliavamo i primini con puri atti di bullismo coprendoli di firme a San Firmino e potrei continuare fino a domani con le coglionate delle quali eravamo capaci.
Ma possiamo anche continuare a dire che si stava meglio quando si stava peggio, o l'ormai classico Ma che ne sanno i Duemila, rimpiangendo il Festivalbar, il Karaoke, il walkman e le musicassette, ma da fuori saremo sempre visti come la nonna che dispensava perle di saggezza e della quale ci burlavamo appena scompariva dalla nostra vista.

16 julio 2017

Una giornata da hater




Sono le 6,50 del mattino e la tapparella rotta della finestra che si affaccia sui tetti della mia città mi ricorda un giorno di più la mia pigrizia, senza la quale avrei già alzato il culo dal letto e l'avrei fatta sistemare, sopportando invece il sole che picchia già forte proprio sul mio cuscino. 
Potrei anche andare in bagno prima o dare un bacio a quella disgraziata che divide il letto con me ogni notte, ma prima c'è il telefono sul comodino da controllare. Ogni sera, quando mi corico, lo sistemo sempre con lo schermo verso il basso, in maniera tale da non farmi disturbare il sonno. Mi basta questo gesto per sentirmi libero dalla schiavitù tecnologica. In realtà sono cosciente che dal numero di notifiche ricevute su Whatsapp e Facebook dipenderà il mio umore per il resto della giornata e la quantità di odio gratuito riversato sugli altri. 
Ecco, come non detto: tre striminziti messaggi che non smuovono per nulla i miei equilibri. Un amico che mi racconta le sue avventure amorose (chi gliel'ha chieste soprattutto), un gruppo creato da chissacchì al quale voglio far vincere il record di messaggi non letti e una chat lavorativa che non posso permettermi di cancellare.
Si prospetta quindi una lunga giornata di odio dispensato dalla mia comoda postazione privilegiata, dalla quale poter giudicare il mondo intero e sostanzialmente sciorinare opinioni che nessuno mi ha chiesto su qualsiasi tema. Del resto se tutti, ma proprio tutti, dicono la loro, che problema ho io per non farlo?
La homepage di Facebook somiglia sempre di più a una discarica, fatta di post inutili, immagini imbarazzanti, link a fake news alle quali non crederebbe neppure Topolino (ma che invece vengono condivise al punto da essere riprese da testate giornalistiche cosiddette serie), mentre io con il mio post di opinione sulla fame nel mondo avrò raccimolato la miseria di quattro like, tre dei quali di due pseudoamici mai visti prima che cliccano mi piace indistintamente su tutto. 
Scorro la pagina iniziale del social in maniera compulsiva, come un barbone che rovista nella mondezza per cercare qualcosa di utile tra i rifiuti. Mi imbatto in un grillino deviato mentalmente che dopo la sua trita e ritrita offensiva contro i politici disonesti chiude il suo intervento con l'ormai mitico SVEGLIA! Chissà per quanti anni ha dormito lui penso, o in che letargo è finito per bersi le balle di un comico con aspirazioni da dittatore. Peccato che anni fa ci abbia creduto anch'io alle stesse cose, ma questo è meglio non scriverlo nel commento al veleno a lui riservato. Condividi se sei incazzato, leggo scritto a piè post. Certo, come no? Così tu guadagni clic, like e condivisioni sui gonzi che si incazzano per le ovvietà.
 Meglio andare avanti. Il post successivo è di una persona che sbraita contro il decreto che obbliga la vaccinazione dei bambini per iscriverli a scuola. Ma dico io, ma non ha ancora capito questa depensante che l'autismo ce l'ha nel cervello? E che i danni collaterali da vaccini dipendono dai geni delle persone? Se un aereo precipita per un problema di fabbrica forse smettiamo tutti di volare? Quando vado al ristorante con altre dieci persone, mangiamo tutti le stesse pietanze e poi solo io finisco la serata sulla tazza del water con dolori lancinanti, forse vado a denunciare il cuoco per quello che mi ha somministrato? Magari l'obbligo è stato necessario proprio perché c'è stata talmente  tanta disinformazione che i vaccini sono stati paragonati alla stricnina.  Del resto se tutti allacciassero la cintura in automobile sapendo che così si salvano la vita non ci sarebbe bisogno dell'obbligo di  allacciarla e la conseguente  multa.  Scorro i commenti e sembrano tutti medici laureati all'università della vita, sciorinano termini come esavalente, acronimi come MPR, senza avere la minima idea di quello che dicono. A dire il vero neppure io ne so nulla, ma è così bello vedere litigare gli stupidi, tanto che mi prendo la briga di leggere tutta la conversazione dall'inizio e alla fine mi stanno sul cazzo sia i pro-vax che gli anti-vax, indistintamente. Discutere con questi imbecilli mi farebbe soltanto perdere l'appetito, che tra l'altro viene stuzzicato dal successivo post che mostra una colazione americana con uova, bacon, succo d'arancia e ogni tipo di prelibatezza onnivora. I commenti in questo caso, come prevedibile, arrivano fino alle minacce fisiche da una stuoia di vegani inferociti, per il malcapitato che voleva solo far vedere quello che mangiava. Anche lui se la va a cercare penso, con una miriade di hashtag assolutamente inutili tipo #foodporn, #followme, #likeforlike, #picoftheday #instafood  #instaday dei quali ignora il significato e il perché collocarli nella didascalia dell'immagine. Pensa all'animale che ha sofferto perché tu potessi avere la sua pancetta sotto i denti, VERGOGNA! Non capisco come tu faccia a mangiare un cadavere e poi guardarti allo specchio! Questa volta non posso non dire la mia, inserendomi nel discorso a difesa dell'onnivoro autore del post. Ma perché non pensate a quello che mangiate invece di ammorbare il prossimo con la vostra verità rivelata? La risposta di uno dei nazivegani è sconcertante. Mi augura la morte e spera in un terremoto che spazzi via il Paese dove vivo solo perché è tra i produttori di carne più importanti del mondo. Chiude il post con un "il rapporto che hai con gli animali ti qualifica come persona". Penso a Hitler che era vegetariano, sorrido e mi concedo un panino al salame per colazione. Quasi non ricordavo più il mio periodo vegetariano nel quale mi scagliavo contro l'ipocrisia di chi mangiava carne di maiale trattando il cagnolino meglio di un figlio. Acqua passata, finita quando un hot dog con maionese e ketchup mi tentò durante un viaggio.
Mentre finisco di mangiare sparo due/tre commenti a casaccio su altrettanti post, giusto per poter tornare dalla doccia con la notifica accesa di Facebook per le sicure risposte che arriveranno. Niente da fare, non è la mia giornata. Solo uno sconosciuto che ha messo un like a uno dei miei commenti senza continuare la discussione. Del resto l'argomento era la grammatica, che pare diventata un optional sui social. Io stavo solo sottolineando che i tre puntini di sospensione non si usano a casaccio, mi aspettavo una risposta sgrammaticata da parte dell'autore del post per inveire ulteriormente, ma invece niente. Devo andare avanti nel mio proposito di ripulire i social da tanta sporcizia. Sono passate settimane dal suo concerto a Modena, eppure c'è ancora chi pubblica foto dello show di Vasco Rossi, farneticando su record mondiali di vendite per un solo concerto. Scrivo un commento puntualizzando che 220mila persone non sono niente di fronte al vero primato di presenze a un live. È di un certo Indio Solari, che ha messo insieme oltre 300mila persone per una serata a Buenos Aires, alcune delle quali sono pure morte nella calca. Sto per cliccare su "invia commento", ma poi penso che il problema vero di Vasco siano i fan (come i grillini del resto). Sono quelli che ai concerti del loro idolo fischiano la band che apre lo show, perché ruba spazio al loro dio. Non sapranno mai neppure dell'esistenza di Indio Solari, la loro cultura musicale inizia e finisce a Zocca. Quindi desisto, anche se ormai sono passati più di dodici anni da quando anch'io partecipai a un concerto del loro idolo, (ovviamente cantando a squarciagola tutti i brani) abbastanza per potermi permettere di insultare i fan. 
Andiamo avanti.
Fermo! Questo devo commentarlo per forza: se c'è una cosa che mi provoca un'ulcera nervosa è qualcuno che scrive in dialetto. Il commento in questione poi è riferito a un gay (un frocio, ma non diciamolo forte o si offende) che pubblica una foto di sé completamente nudo facendo il pieno di like e cuoricini da parte delle sue "amiche". Sì, perché c'è un'altra cosa che non sopporto: gli omosessuali (i ricchioni sostanzialmente) che parlano tra di loro come se fossero donne. 
Ma io non ho niente contro i gay, ho anche amici gay (quante volte l'avrete sentita questa? È della stessa risma di Non sono razzista ma...) E poi andate a cercarvi i film trash anni 80-90, sono un tripudio di frocio, ricchione, culattone, eppure nessuno gridava allo scandalo.
Il post seguente mancava da un po': è un utente incazzato con il mondo che ha scritto una lunga lettera d'addio ai suoi amici virtuali, dicendo che a giorni chiuderà il suo profilo, perché vuole vivere una vita reale e non vuole più confondersi con gli automi che passano il loro tempo su Facebook. E cos'hai fatto fino a questo momento? Gli commento provocatoriamente. Non risponderà mai più, dato che di lì a poco chiuderà i battenti. Che idiota, penso. Tornerà tra pochi mesi pentito, giustificandosi con il fatto che senza Facebook non può più comunicare con l'amico di sbronze conosciuto una notte d'inverno che adesso si è trasferito a Beirut o non può più sapere che fine ha fatto una donna con la quale ha avuto un'avventura fugace prima di andare a vivere nelle Filippine. La maggior parte di quelli che hanno bloccato il loro account sono tornati sui propri passi. L'ho fatto anch'io del resto, annunciandolo con le fanfare per poi ritornare mestamente dopo 6 mesi. Ma questo teniamocelo per noi. Il tempo di ricevere un paio di insulti sulla mia pagina da un omosessuale per il post di prima e di bloccarlo immediatamente (perché my home my rules) e andiamo avanti. Anche perché solo io posso permettermi il lusso di criticare a destra e manca (e ovviamente gridare alla mancanza di libertà di espressione dopo essere stato bannato).
Da qualche giorno l'argomento di punta è Bonucci che va a giocare al Milan dopo sette anni alla Juventus. C'è una cosa che mi indispone ancora di più dei commenti in dialetto e degli antivax o i provax inferociti: sono quelli che criticano i calciatori perché inseguono una palla su un campo e trovano anche chi paga loro milioni per farlo. A quel punto scatta la mia intolleranza per i demagoghi da due soldi e penso a una pagina storica della tv trash anni 90,  con un trio delle meraviglie formato da Vittorio Sgarbi e i compianti Mosca e Squitieri. Durante una puntata del Processo di Biscardi, Sgarbi spiegava che un calciatore produce un'emozione che è pari a quella di un artista e nessuno si stupisce che Picasso sia miliardario. Ormai quando qualcuno si lamenta degli stipendi faraonici delle star dello sport copio e incollo selvaggiamente quell'intervento, che mi sembra sempre la migliore delle risposte. 
Il post successivo è semplice da commentare: ma possibile che nell'anno 2017 dell'era cristiana ci sia qualcuno che scatti ancora immagini di pessima qualità? Lo faccio notare a una disgraziata che posta alcune foto della sua nottata folle in discoteca, che sembrano scattate da dentro una caverna. E compratelo un telefono no? No, dato che queste persone sono contro la tecnologia, contro gli iphone, e  spiegano celermente la loro posizione contraria al futuro direttamente da un social network. Valli a capire.

Il tempo di rendermi conto che è già ora di pranzo e mi imbatto nella reazione di una collega a un post di Selvaggia Lucarelli. Ma dico io: ma si può dare credito a una come Selvaggia Lucarelli? Tanto più che la mia amica impegnata commenta l'ennesima sua invettiva contro qualcuno solo per farsi rispondere da un vip e avere il suo momento di popolarità riflesso da cristallizzare dentro uno screenshot dello schermo. Poi penso che pagherei oro per avere tutto il suo seguito, non volendo ammettere che sono d'accordo con quasi tutto quello che scrive, perché ha la stessa spocchia e arroganza che vorrei avere anch'io, a parte quando si lamenta del fatto che le urlino "troia" dal finestrino dell'automobile solo in quanto donna. 
Ecco: non è un caso che il post successivo sia di una femminista che blatera di come le donne siano sottopagate rispetto agli uomini e che il mondo sarebbe un posto migliore se ai posti di comando ci fossero solo loro. Dillo agli argentini con la Kirshner, ai brasiliani con la Rousseff condannata per corruzione o a Theresa May che ancora non ha capito da che parte si entra a Downing Street. Per gente come questa disperata un complimento è diventato automaticamente stalking, gli uomini andrebbero evirati tutti e le donne potrebbero far diventare il mondo un'enorme prigione lesbica in stile Orange is The New Black. Sto per scaricare su di lei tutta la mia misoginia, quando mi ricordo che una delle mie migliori amiche è una femminista convinta e che non ho voglia di trovarmela sotto casa con una schiera di colleghe inferocite nel tentativo di tagliarmi le palle. 
Andiamo avanti, dato che c'è da mettere in riga il solito razzista della domenica che ancora si beve le bufale sugli immigrati che rifiutano l'albergo a quattro stelle perché non ha la piscina. Il mondo non avrebbe confini se fosse per me, scrivo all'autore del post, ma è tutta retorica. Alla fine in fondo anch'io penso che i cinesi puzzino di curry e involtino primavera, che i negri (volutamente con la g, dato che neri non significa nulla ed è un retaggio del politically correct) abbiano un odore talmente  forte da celarlo dietro litri di profumo (poco importa se anch'io ho avuto un paio di ragazze di colore) e che i latinoamericani mi stiano sulle scatole perché imparano a ballare in fasce mentre io dopo cinque anni in sud america non riesco ancora a mettere insieme due passi di salsa.

Per oggi ho finito il mio lavoro di pulizia della discarica virtuale, sapendo benissimo che domani troverò il doppio della sporcizia che oggi ho tentato invano di pulire con le mie opinioni non richieste da nessuno ma delle quali il mondo non poteva assolutamente fare a meno. Aspettando il prossimo attentato terroristico in Europa per poter pubblicare il solito hashtag #jesuisqualcosa e ovviamente insultare chi non lo fa quando l'attentato in questione succede in Medio Oriente, accusandolo di perbenismo per aver messo sul suo profilo una bandiera del paese colpito.
Tanto ormai sui social network conta quello che urla più forte e chi la spara più grossa.
Non certo quello che ha da dire.



20 junio 2017

C'è emigrazione ed emigrazione




La tragedia del palazzo in fiamme a Londra di qualche giorno fa è stata sconvolgente, ma molti intelligentoni l'hanno fatta diventare un caso politico, parlando ovviamente dei due sfortunati ragazzi italiani che sono morti nell'incendio. Ho sentito incolpare lo Stato italiano della loro morte e se non ci fosse da piangere certi commenti farebbero davvero sbellicare dalle risate. Vivo praticamente da cinque anni e mezzo all'estero, un anno in California,  quattro anni in Sud America e onestamente inizio ad averne le palle piene di sentire parlare degli italiani come disperati costretti all'espatrio da uno Stato aguzzino. Negare i problemi di inserimento nel mondo del lavoro per i giovani in Italia sarebbe come nascondere la polvere sotto il tappeto, ma incolpare il governo italiano per un incidente che ha coinvolto due emigrati italiani all'estero rasenta il ridicolo. Gloria e Marco sono morti per una terribile fatalità in una città che avevano scelto perché avevano ambizioni lavorative legittime. A quanto si è capito erano assolutamente felici di vivere a Londra. Non sono andati in una zona di guerra consci che rischiavano la vita, anche se le grandi città europee sembrano sempre più pericolose ogni giorno di più. 
Bisogna però mettere in chiaro una volta per tutte che la maggior parte degli emigrati italiani scelgono di fare un’esperienza all’estero per crescere, maturare, conoscere, confrontarsi, capire i propri limiti e superarli. Altri scelgono di andare all’estero per emanciparsi dal loro ambiente provinciale, altri perché si sentono cittadini europei e non solo italiani e quindi vivere a Parigi, Londra, Barcellona o Roma è come vivere sotto lo stesso tetto. 
Non scappano da nessuna guerra, non approdano sulle coste americane o nord europee su un barcone e  l'Italia stessa con tutti i suoi problemi è un punto di passaggio per molti europei e americani,  che arrivano da realtà anche più ricche ma che vogliono studiare in Italia attratti dalla cultura e dalla bellezza sconfinata dello Stivale.  
Qualche giorno fa ho avuto una conversazione con un barista venezuelano che da un anno vive a Quito in Ecuador, come tantissimi suoi connazionali che stanno scappando da una dittatura che ormai non si disturba neppure a mettere la maschera della democrazia. Ho conosciuto più venezuelani in Ecuador da quando sono tornato da queste parti cinque mesi fa di quanti ne avessi conosciuti nel loro paese quando ci sono stato personalmente. La maggior parte di loro fa lavori umili, tornerebbe ben volentieri in patria se cambiasse il quadro politico, cosa ben difficile fino a quando le forze armate saranno al soldo di Maduro e molti altri hanno una particolare abilità come barbieri. Nelle barberie di Cuenca il 90% dei ragazzi che vi lavorano arrivano dal Venezuela.  Il barista in questione mi racconta che l'anno prima di decidere di evadere dal suo paese è stato rapinato tredici volte. Tredici volte! 
Direi che c'è una leggerissima differenza tra chi scappa da un paese sull'orlo della guerra civile e chi va via da casa sua perché non trova un lavoro o perché ha delle ambizioni semplicemente diverse da chi rimane in patria. Sono stato per mesi lo scorso anno in Italia e una cosa non cambierà mai nelle attitudini di chi ci vive: si pensa sempre e comunque che l'erba del vicino sia sempre la più verde. Solo l'erba, perché il vicino viene sempre visto con quel tocco di superiorità come se essere italiani sia un merito di per sé. Gli italiani sono sempre i migliori, ma di solito chi lo pensa non è mai uscito dai confini italici se non per due settimane di vacanze a Zanzibar. Ma siccome l'erba del vicino è sempre la più verde, cosa c'entra il governo italiano se quell'erba va in fiamme per un incendio accidentale?
Ho visto gli inglesi protestare contro il primo ministro per via della tragedia, come se il premier di un paese dovesse sapere come funziona la coibentazione di tutti i grattacieli della capitale. Siamo al ridicolo. Ormai ragioniamo con la pancia invece che con la testa e ce la prendiamo con il potente per partito preso. La colpa della morte di Gloria e Marco non è del governo, della disoccupazione o del bisogno di scappare, nonostante non si possa dire che chi comanda faccia qualcosa di particolare per convincere i giovani a restare.  Ma la maggior parte dei giovani va via perché oramai viaggiare è una sfida del tutto accessibile e praticabile, le distanze si sono rimpicciolite in maniera esponenziale e uscire dal proprio guscio è, oltre che stimolante, fondamentale per parlare più lingue, per aprirsi al mondo, per considerare le diversità un vantaggio e non una minaccia, perché andiamo sempre più verso una società multiculturale nonostante negli Usa abbiano votato chi rifiuta accordi climatici fondamentali per il futuro e pensa a costruire muri invece che ponti,  nonostante in Italia diano credito a chi considera lo Ius Soli una minaccia e non un semplice segno dei tempi. Di disgrazie ne capitano purtroppo in quantità industriale a Londra come a Berlino, a Parigi come a Bogotà, a Roma come a Los Angeles, ma se domani dovesse succedermi qualcosa di drammatico per una casualità fatemi il favore di non dare la colpa al governo italiano, a Dio, alla Madonna o a Jodie Foster, dicendo che è  colpa loro se non sono rimasto a vivere in Italia e sono venuto da questa parte del mondo, come se l'Italia fosse immune dagli incidenti e fosse un'isola felice. Non può essere un'isola felice solo quando vi fa comodo per trovare un colpevole anche quando non esiste. Sarebbe come cercare un fantasma in una casa nella quale non è mai morto nessuno.

15 mayo 2017

ARGENTINA, Buenos Aires è quel luogo dove...



Buenos Aires è quel luogo così simile a una città italiana che ho girato la capitale argentina per dieci giorni convinto che avrei visto spuntare i miei amici di una vita da un momento all'altro.

Buenos Aires è quel luogo dove per dare una moneta da un Pesos di resto non avendocela a disposizione, il commesso mette  sul banco quattro cioccolatini come se fossero monete anch'esse. Un disastro per i diabetici con banconote di grosso taglio...

Buenos Aires è quel luogo dove non si può neppure fare commenti sulle parti posteriori delle donne in italiano che una vecchia porteña capisce ogni singola parola, allungando il  passo sconcertata.

Buenos Aires è una città dove in una sera qualunque ci si imbatte in uno dei numerosi teatros ciegos, dove per un 'ora si assiste a uno spettacolo teatrale con tutti i sensi disponibili tranne la vista e quando si riaccendono le luci niente è più come prima.

Buenos Aires è il luogo dove un vecchio 35enne con i capelli radi, le sopracciglia pronunciate e la cronica paura del mare aperto impara a remare nel delta del Rio de la Plata e con le braccia che cadono dalla fatica pensa bene di fare una partita di tennis appena tornato sulla terra ferma.

Buenos Aires è anche quel posto nel quale due persone, dopo avermi accolto con amore nella loro dimora, l'ultima sera mi invitano al Teatro Colon ad assistere allo show dell'Orchestra sinfonica argentina, giusto per chiudere la mia gita con una standing ovation.

Buenos Aires è quel posto dove la carne e la cucina italiana si fondono in una bistecca ricoperta di pomodoro e mozzarella come se fosse una pizza.

Buenos Aires è quel luogo dove uno dei quartieri più famosi si chiama Palermo e uno dei più popolari è stato fondato da genovesi. Come fa un ligure di origini sicule a non sentirsi a casa...

Buenos Aires è quella città nella quale un connazionale appena conosciuto mi invita a casa sua a dormire e il giorno dopo mi lascia le chiavi del suo appartamento come fossi suo fratello (ma questo mi succede dappertutto).

Buenos Aires è anche quel posto congestionato dal traffico dove le distanze diventano siderali e incalcolabili  e si possono impiegare tre ore per passare da un quartiere all'altro.

Buenos Aires è una città ubriacata dal tango a ogni angolo di strada,  lo stesso angolo che se scelto male puà riservare brutte sorprese.

Buenos Aires è il bosco di Palermo (e poi dicono che non  ci sono i boschi a Palermo...) un oasi nel pieno della city che si trasforma in un formicaio durante il fine settimana se il clima lo permette.

Buenos Aires è quel luogo che ad autunno inoltrato mi ha accolto con 30 gradi e il giorno della mia partenza mi ha salutato con un diluvio come se stesse piangendo (questa è troppo megalomane, lo ammetto).

Buenos Aires è quella città dove appena pensi che ti piacerebbe restarci un po' di più l'aereo per lasciarla è in ritardo di sette ore. Occhio a fare postulati da queste parti...

Buenos Aires è quel posto dove
tranquilo =  tranca
italiano = tano
dinero = guita
amigo = Che
niño = pibe

Tutti diventano boludo, Papa, nene, bebe, piola e tanti altri modismi che mi porterò a spasso per l'America sfoggiandoli orgogliosamente per far capire che sono stato da queste parti.


Buenos Aires è quel luogo dove alla Casa Rosada comanda un capitalista di estrema destra e un giorno sì e l'altro pure ci sono manifestazioni contro di lui. Ma pensarci prima no?  

Buenos Aires è per uno scrittore quello che è Hollywood per un attore, Coverciano per un allenatore di calcio e New York per un agente di Borsa.

Buenos Aires è quel luogo dal quale quando si ritorna a casa il suo odore di umido sui vestiti si impregna per giorni.

Buenos Aires è quel luogo dove il mate serve praticamente per ogni occasione. Per rilassarsi, per i dolori di stomaco, per dormire, per svegliarsi, sempre rigorosamente in compagnia.

Buenos Aires è mille altre cose che si vivono solo passando da queste parti e per le quali non c'è parola scritta che tenga. Bisogna sentire l'aria diversa che si respira così a Sud del mondo, dove tutto è al contrario rispetto al nostro punto di vista, comprese ovviamente le quattro stagioni.
È talmente scontato che pensi di tornare qui per viverci che non lo dirò, dato che il miglior  piano possibile è quello che non mai stato pensato.
Del resto una persona saggia, proprio a  B.A. mi ha detto:  "Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi piani per il futuro."






08 abril 2017

ECUADOR, la democrazia in fumo di Moreno e Lasso



Lenin Moreno ha vinto le elezioni in Ecuador dopo un testa a testa al ballottaggio con l'oppositore Guillelmo Lasso. Sembra la cronaca di un incontro di calcio avvincente tra due avversari che se le suonano di santa ragione, con la differenza che entrambi, a distanza di quasi una settimana dal verdetto, continuano a proclamarsi vincitori. 

 L'ex vicepresidente del governo Correa ha dalla sua i risultati ufficiali, divulgati non senza ombre dal Consejo Nacional Electoral, l'organo che si occupa del conteggio dei voti che recitano una vittoria di misura, 51% a 49%; l'ex banchiere si appella a tutti gli istituti di exit poll che fino a venti minuti prima della proclamazione sostenevano come Lasso vincesse con il 53% delle preferenze sul suo avversario. 
Il dubbio rimane ovviamente, ed è materia di cospiratori e complottisti a buon mercato. Una cosa è certa: il dopo Correa, che ha governato per dieci anni di fila, mostra un Paese spaccato in due come nella migliore tradizione democratica.

Chi si lamenta dell'autoritarismo del governo socialista dimentica, o fa finta di farlo, che nel 2014 l'opposizione vinse la tornata amministrativa nelle città chiave della nazione, Quito, Guayaquil e Cuenca, rafforzando la sua posizione nei confronti del governo messo alle corde. Quella posizione fu importante in campagna elettorale, ma forse non abbastanza per una vittoria schiacciante.

Chi adesso grida al "fraude" e dà fuoco a copertoni in piazza dimostrando tutta la sua stupidità politica, al primo turno avrebbe potuto fare qualcosa in più che fare arrivare Lasso secondo con un misero 29% di preferenze. Bastava non disperdere i voti in altri improbabili candidati e il gioco era fatto, nessuno poteva appellarsi all'autoritarismo di un governo che nella prima tornata elettorale a stento arrivò al 39%.

Numeri, numeri, numeri, che non fanno altro che confondere ancora di più le idee, fanno pensare che ci sia per forza qualcosa sotto, che questo paese dopo dieci anni di socialismo 2.0 non è pronto per un cambio radicale, che per altro sta già avvenendo in buona parte dell'America Latina.
Il quadro politico del Sud America infatti è abbastanza chiaro, evidenziato dalla vittoria di Mauricio Macri in Argentina nel 2015 e a fronte dell’impeachment in Brasile della ex presidente Dilma Rousseff.

Putroppo però la tendenza a livello mondiale è sempre più questa. Non si vota più per un'idea di politica, di vita, di futuro, ma sempre contro un'idea di politica, di vita o di futuro. Donald Trump ne è un esempio lampante: in quanti di quelli che lo hanno votato lo hanno fatto per le sue idee politiche e non per dare un calcio nel sedere all'establishment rappresentato da Hillary Clinton

La verità però è che se in un Paese la maggior parte degli aventi diritto al voto sono poveri voteranno per misure più vicine al socialismo che al capitalismo. È naturale: è difficile che un povero, per quanto ignorante, possa credere in un modello di crescita e sviluppo che nel migliore dei casi lo ignorerà del tutto e nel peggiore lo spazzerà via. È molto più semplice farsi abbindolare da un bono solidario di 150 dollari, proposto dal governo in carica, che ha tutte le sembianze di un voto di scambio a corto termine e che ha un retrogusto troppo venezuelano per non allungare ombre minacciose su quale potrebbe essere il futuro dell'Ecuador di Moreno.
 Tanti paragonano questa tornata elettorale a quella che vide vincere Maduro contro Capriles a Caracas nel 2013. Da allora il Venezuela, che non era certo un esempio di sviluppo negli anni di Chavez, sta vivendo una crisi profonda della quale non si vede la fine, con una recente svolta autoritaria del capo di Stato che non promette nulla di buono. 
La soluzione qual è? Far vincere un banchiere che prometteva un milione di posti di lavoro? Suvvia, in Italia con queste promesse abbiamo già dato da oltre vent'anni e sappiamo com'è andata a finire. Chiedere a un liberista come Lasso più equità per tutti era troppo paradossale per non suonare ridicolo.
L'Ecuador non diventerà come il Venezuela, almeno è quello che vivendo qui una persona deve augurarsi, ma ha ancora uno zoccolo duro di persone sulla soglia della povertà che si sarebbero sentite spazzate via completamente in quanto a diritti dalla vittoria di un liberista.
Si parla di un cambio e del fatto che dopo dieci anni di Correismo andava cambiata direzione. È vero, forse era anche auspicabile, ma se non è stato fatto non è per un fraude, ma perché l'ecuadoriano medio non è ancora pronto per un Paese a modello nord americano con tutti i pro e i contro. L'ecuadoriano medio avrebbe voluto un cambio nell'illusione che la pressione fiscale si sarebbe abbassata, quella stessa pressione anche grazie alla quale il Paese è diventato un po' più decente di com'era vent'anni fa. 
E poi bastava votare in massa per il cambio e nessuno si sarebbe potuto mettere in mezzo. Quando la vittoria è schiacciante lo è a prescindere dai favori arbitrali, ma quando è tutto in bilico è facile che la bilancia penda da una parte o dall'altra per questione di dettagli. Quando l'Ecuador vorrà davvero il cambio lo attuerà senza se e senza ma, ma dovrà fare qualcosa di più che bruciare pneumatici in piazza e gridare allo scandalo.
E chissà che, conoscendo il DNA latino fatto di colpi di stato nella storia e le piazze principali piene di persone, non lo faccia a breve. Nella peggior maniera possibile.

Perché l'evoluzione digitale ha creato nuovi uomini di Neanderthal

Internet dovrebbe farci conoscere il mondo, avvicinarci, connetterci in un'unica enorme famiglia mondiale e invece per il suo utilizzo ...