02 abril 2018

Perché Tolstoj e Alexander Supertramp ci hanno mentito




Qualche giorno fa un conoscente mi ha scritto un messaggio in inbox spaventato: "È da mesi che non pubblichi nulla sulla tua pagina, sei vivo, va tutto bene?", questo perché se non racconti la tua vita, automaticamente sembra che non esista più.

L'ho fatto per anni da quando è nato Facebook e ancora prima, dai tempi di Windows Live Messenger, MySpace e tutti gli antesignani dei social network, perciò non intendo sputare nel piatto nel quale ho mangiato. Dico solo che da un anno a questa parte quando è successo qualcosa di rilevante nella mia vita (al netto di date di presentazioni di libri o articoli condivisi su questo stesso blog, ma quello è lavoro), la prima domanda che si è accesa nel mio cervelletto é stata banalissima ma ricorrente: "perché?". Perché condividere la mia giornata d'allenamento ad arti marziali, mostrare il colore della cintura nuova di zecca appena conquistata o le forme appena imparate, un paragrafo del nuovo libro in cantiere che mi piace particolarmente, un piatto d'alta cucina mangiato durante una riunione tra amici e parenti, l'ultimo libro appena letto in tre giorni di full immersion, la serie Netflix che non mi ha fatto dormire per poterla finire più in fretta possibile, il manuale di scrittura creativa che ha messo alla prova le mie labili convinzioni da scrittore o l'ultimo articolo scritto per lavoro che ha fatto il pieno di ingressi sul sito?
Vedete? Alla fine non volevo condividere nulla e ho finito per vuotare il sacco lo stesso, mannaggia a me. Ma questo blog è uno spazio che avverto come più intimo, nonostante gli iscritti siano infinitamente di più dei miei contatti su Facebook o su Instagram. Chi legge qui ha scelto di esserci, per curiosità di sapere la piega che avrebbero preso i miei viaggi quando questo blog era neonato, per la semplice voglia di leggere un punto di vista diverso dal suo o per il semplice impulso di criticare a prescindere. Un po' diverso da ritrovarsi sul feed di Facebook le storie di un perfetto estraneo solo perché qualcuno dei miei contatti ha messo un innocuo like. C'è una bella differenza dal decidere a chi aprire la porta e offrire un bicchiere di vino e scendere in strada per andarlo a regalare a tutti quelli che passano all'angolo. C'è chi apprezza il gesto, ma la maggior parte lo guarda con diffidenza proprio perché é gratis, alcuni lo assaggiano e te lo sputano addosso semplicemente perché non conforme ai loro gusti, altri si girano dall'altra parte per paura di essere importunati. Ecco, questo è quello che giorno dopo giorno mi sembra la homepage dei social network: una moltitudine di persone che ognuna ai loro angoli offrono la loro opinione a persone che sono sempre meno di passaggio e sempre più loro stesse a cercarsi un cantuccio dal quale poter dire "Ehi, ci sono anch'io, casomai vi foste chiesti se sono vivo o morto". 

La verità è che non c'è una risposta a quel perché di cui sopra.
 Abbiamo di fatto preso troppo alla lettera una citazione di Tolstoj, poi ripresa da Jon Krakauer e Sean Penn in Into the Wild, secondo la quale la felicità è vera solo quando condivisa. Niente di più lontano dalla realtà, ma non perché non sia vero di per sé, ma perché é stato completamente travisato il concetto stesso di felicità. Tant'è vero che McCandless stesso nel libro poi adattato al cinema lo specifica: 
“Ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone. Dio ha messo la felicità dappertutto, è ovunque in tutto ciò di cui possiamo fare esperienza, abbiamo solo bisogno di cambiare il modo di guardare le cose”. L'avrà messa anche nei social network questa felicità? Perché a giudicare dalla quantità di hater che vi ci albergano, questo mi pare più un inferno di un paradiso della condivisione, ma questo è un altro discorso.

Siamo una generazione di scrittori di post improvvisati frutto di studi mai fatti che pensano davvero di avere una vita interessante al punto che qualcuno si appassioni da volerla assistere in streaming.


Dopo varie esperienze in giro per il mondo, dopo essermi mescolato tra usanze, culture e tradizioni diverse, con tutto ciò che questo comporta, sono sempre più convinto che essere felici dipenda spesso da una crescita personale, da un investimento di tempo sulla conoscenza di se stessi, dei propri limiti e dei propri punti di forza. Difficilmente dipende da quello che ci capita intorno, dagli amori che abbiamo, dalle amicizie che coltiviamo né dai luoghi che visitiamo. Possiamo essere in cima alla montagna più alta del mondo con gli occhi sul miglior paesaggio che possiamo immaginare, ma non essendo comodi con noi stessi cercheremo sempre nei nostri pensieri qualcuno che non è lì con noi al quale gridare in faccia quanto sia bello quello che stiamo vedendo. E non avendocelo vicino scattiamo un selfie e lo gettiamo alla rinfusa in un calderone che ci restituisce like e commenti, aumentando plasticamente la nostra euforia senza però sfiorare il nostro livello di felicità. C'è poi da considerare il fatto che le persone che stanno bene e che irradiano benessere (non parlo di ricchezza), generano invidia molto più di quanto generino ammirazione. Vi sarà successo almeno una volta di aver passato un momento pieno, bello e di soddisfazione. La prima reazione sarà stata quella di chiamare vostra madre, il vostro cane o il vostro migliore amico per condividerlo con loro e per motivi a voi sconosciuti, dopo aver raccontato come vi sentivate, la sensazione è stata quella di ritrovarvi sgonfi come palloncini bucati, come se tutta l'energia sprigionata in quel momento fosse passata da voi a qualcun altro. E perché non dovrebbe essere così anche sui social? 
La soluzione quindi è fare il pieno di esperienze e tenersele per sé? No, tutt'altro. Una persona che fa esperienze che causano una sua crescita dimostra solo con la semplice presenza quanto faccia bene a chi gli sta vicino, esattamente come un buon scrittore (e ringrazio sentitamente la cara editor del mio nuovo libro per avermelo fatto notare a più riprese) non ha bisogno di spiegare quello che accade nella sua storia ma si limita a farla vivere al lettore descrivendone le azioni. Come ci atteggiamo davanti a una persona che ci ripete impulsivamente di essere felice, se non dubitando del suo equilibrio mentale? Per questo la felicità non è direttamente collegata alla condivisione del momento. Forse lo è l'euforia, ma quella si spegne con la stessa velocità della fiamma di un fiammifero appena sfregato e cioè il tempo che un post esaurisca la sua spinta propulsiva, faccia smettere di parlare di sé e le lucine rosse in alto a destra smettano di illuminarsi. Sono euforico nel momento stesso in cui rivedo una persona a me cara dopo tanto tempo, e mi sentirò bene a prescindere dal mio stato d'animo. Ma quello che darò a questa persona in termini di empatia dipenderà strettamente da come mi sento con me stesso, dato che quell'euforia svanirà insieme all'entusiasmo di aver visto qualcuno che non si vedeva da anni.

A mio modo di vedere non si è più in compagnia di quando ci si trova soli e sperduti.  Se c'è una cosa che ho imparato dai miei spostamenti in solitudine è stata trovare compagni di viaggio strada facendo. Onestamente, non stavo scappando dai miei problemi, tant'è che al mio ritorno erano ancora lì ad aspettarmi. Stavo cercando me stesso sfidando i miei limiti.

 Poter contare su se stessi è la più grande ricchezza che si possa avere. 
Perché le persone attorno a noi vanno e vengono, con se stessi ci si passa una vita intera.
Anche senza ricordarlo agli altri ogni giorno.


23 marzo 2018

Perché Cambridge Analytica non ha rubato proprio nulla




Ammetto che sono rimasto basito quando ho aperto il giornale ieri mattina e ho trovato Zuckerberg in prima pagina che chiedeva umilmente perdono per lo scandalo Cambridge Analytica. È evidente però che quando si è a capo di una delle aziende più potenti di tutti i tempi bisogna dire alle persone esattamente quello che si aspettano, anche perché quando si bruciano 9 miliardi di dollari in un giorno di Borsa, si deve correre ai ripari in tutti i modi. L'unica maniera per farlo è stata lisciare il pelo agli utenti con una banale ammissione di responsabilità e una promessa che "da questo momento non lo facciamo più". Ritengo tuttavia che Zuckerberg sia come un personaggio di un giallo di serie B che confessa un delitto mai avvenuto. Sì perché la prima cosa che verrebbe da chiedere è una: chi ha rubato cosa?
Da 14 anni a questa parte, e cioè più o meno da quando Facebook è diventato un fenomeno globale, avete aperto le finestre di casa vostra dopo aver tolto le  tapparelle, acceso le luci per illuminare il salotto dal quale avete improvvisato uno striptease che nemmeno Demi Moore, non contenti avete aperto la porta del bagno e senza veli vi siete accomodati sulla tazza del water condividendo il momento manco foste Vittorio Sgarbi. Ma adesso sorpresa! Vi sentite derubati dei vostri dati personali, che è come dire "ho detto sì ogni volta che il barbone all'angolo della strada mi chiedeva di aprire il portafogli e mostrargli il contenuto, ripetendogli a memoria persino il mio codice fiscale e la tessera sanitaria e adesso mi lamento se quel barbone ha preso i miei dati, li ha rivenduti ed è diventato più milionario di quanto io non potrei diventare neppure in 4 vite.

Dite la verità: quando siete vogliosi di conoscere persone nuove su Tinder, immaginando già fuoco e fiamme tra le lenzuola con una bellissima sconosciuta come quella che vedete nella pubblicità e non vedete l'ora di poter scorrere il ditino a sinistra o destra a seconda delle vostre preferenze, vi preoccupate per più di un secondo del consenso che date alle vostre informazioni, alla vostra lista dei contatti, alla vostra posizione in tempo reale o al vostro numero di busto? No, è molto più semplice dire di sì a tutto, come nei questionari che ci rifilano sull'aereo che sta per atterrare in un Paese nel quale non siamo mai stati prima. Però quelli contro i quali inveite adesso perché vi hanno fatto sentire più nudi di quanto vi sentivate fino a ieri sono gli stessi che vi hanno gridato per anni: "guardate che stiamo entrando in casa vostra per rubarci tutto, potete aprire la porta?" Ma voi pur di trovare qualcuno nelle vicinanze con il quale iniziare un match sareste disposti anche a regalare le foto di matrimonio di vostra madre ubriaca, cosa volete che sia dare un paio di consensi e far sapere a Tizio e Caio la vostra posizione in tempo reale? D'altronde non è così che si conoscono più rapidamente le persone? Direte voi, ma se non accetto le condizioni non mi fanno neppure entrare. Dirò io, siete sempre liberi di scendere in strada e iniziare a parlare con la gente dal vivo. Sono cosciente del fatto che verreste presi immediatamente per maniaci sessuali dalla nuova orda di femministe che vogliono salvare il mondo tagliando il pene a tutti, le stesse femministe che poi si ritrovano su programmi di incontri mezze nude aspettando il principe azzurro(ma non diteglielo perché il principe azzurro in realtà è l'emblema del maschilismo nelle favole con le quali ci hanno cresciuto).
Quindi il problema è che Donald Trump ha scoperto che uno studente della provincia di Asti mangia il sushi la domenica sera e che una disoccupata di Gela ha appena dato alla luce il suo settimo figlio? No, il problema è sempre e solo uno. L'ignoranza. Ed era (forse) tollerabile fino a un paio di generazioni fa, inconcepibile adesso che nell'era dell'interconnessione le persone all'atto di votare reagiscano sempre come capre ammaestrate, scegliendo un partito piuttosto che un altro esattamente come sceglierebbero la marca a loro più vantaggiosa del succo di frutta al supermercato. 

Fateci caso: siete al banco frigo del supermarket e davanti a voi avete due prodotti apparentemente uguali dei quali uno costa la metà dell'altro: nel vostro cervelletto si accende quella lampadina, istallata da vostra madre, vostra zia o da qualcuno che quando accompagnavate da piccoli a fare la spesa vi ha rivelato che i prodotti sono tutti uguali e che se uno costa di più è solo per pagarne la marca più famosa. Quel seme è diventato una pianta nella vostra corteccia cerebrale adesso che spingete voi il carrello, cosicché quando dovete scegliere il prosciutto di Parma Dop o il Prosciutto Lidl, l'unica cosa alla quale fate caso è il prezzo. Ragionate a brevissimo termine, illusi che quel prodotto di bassa lega non avrà effetti sul vostro organismo, dando poi la colpa a qualcos'altro quando vi ritrovate a imprecare sulla tazza del water in preda ai dolori addominali lancinanti. Ora sostituite i prodotti apparentemente uguali con due politici che dovete scegliere alle elezioni. Non è molto difficile sapere come andrà a finire: sceglierete quello che vi sembra più vantaggioso sul breve termine, perché l'altro è troppo caro e se costa così tanto è perché sicuramente qualcuno ci lucra. Sceglierete quello che vi promette un reddito senza fare nulla, quello che giura di costruire un muro per respingere alla frontiera chiunque vuol passare il confine di Tijuana perché è da anni che va ripetendo che tutti i messicani sono criminali.

Così abbiamo trasformato la politica in pura pubblicità e la conseguenza più ovvia è stata che chi ha vinto le elezioni negli Usa lo abbia fatto attraverso la pubblicità su Facebook, usando dati che gli sono stati regalati sostanzialmente da chi non ha capito che al giorno d'oggi chi comanda non vuole più i soldi del popolo, ma vuole sapere chi è il popolo, perché in questo modo è facile indirizzarlo verso quello che più gli conviene.

Del resto siamo nell'epoca post-ideologica, l'epoca delle opinioni personali sbattute in faccia sul feed la mattina prima di colazione, l'era della politica liquida nella quale il popolo è parte attiva delle decisioni del proprio Paese, dato che ha mandato al confino i partiti e ha puntato su se stesso. 
È l'epoca della politica che possono fare tutti, così è normale che una casalinga di Mazara del Vallo con un clic decida cosa dovrà fare il ministro degli Esteri del suo Stato. Siamo entrati in questa era a piedi pari in nome dell'equazione privacy=qualcosa da nascondere. E allora per quale motivo dovremmo cercare un colpevole del furto di dati sensibili che da 14 anni a questa parte sono stati stesi in piazza come i panni appena lavati?
Ma state tranquilli, perché alla fine i dati personali dei quali ora vi sentite derubati, per usare un francesismo, non valgono un emerito cazzo.  La maggior parte di ciò che le persone condividono viene dimenticata dagli utenti con la stessa velocità con la quale ci si dimentica degli stuzzichini mangiati prima del piatto forte. O davvero pensate che a Donald Trump interessi sapere cosa avete mangiato a cena, se avete aiutato a ritrovare un cane scomparso con il vostro post, se per fare gli alternativi condividete un post di Internazionale dove si parla della guerra in Siria, quando sotto sotto non vi frega un cazzo di quello che succede in Medio Oriente e tra l'altro nessuno potrebbe biasimarvi?

 Non avete nulla da proteggere in realtà, perché potete mettere in piazza la vostra vita e quella dei vostri antenati, parlando dai vostri pulpiti come se ci fosse qualcuno ad ascoltarvi davvero, ma tanto  l'unica cosa che interessa a coloro che comandano è la stessa cosa che regalate con un clic senza neppure rendervene conto, troppo presi da capire a quale personaggio storico somigliareste se foste nati nella sua epoca o a quale star di Hollywood somigliereste se vi cadesse un meteorite in testa o se conosceste un buon chirurgo plastico.  
È la modernità, bellezza. Quella nella quale avete regalato ogni residuo di privacy sull'altare della sicurezza, sull'altare della connessione immediata con chiunque in giro per il mondo (tranne che per il vicino che dal vivo vediamo con sospetto). E dopo averla regalata ve ne siete pentiti, perché vi siete accorti che valeva molto più di quello che pensavate, come quando donate qualcosa a qualcuno il giorno di Natale e a Santo Stefano vorreste già indietro ciò che avete regalato con leggerezza.

Dovreste preoccuparvi di una sola cosa: informarvi, studiare, cercare di capire qualcosa prima di scegliere se votare per un imbecille, prima di entrare in una stupidissima applicazione che con un filtro vi va diventare più vecchi di 50 anni in un attimo, prima di consegnare dati sensibili a chi sostiene che il vostro segno zodiacale è quello più fortunato in assoluto, purché diate il consenso a entrare con informazioni private.
 Il mondo va più veloce della luce e non ci possiamo più permettere il lusso di essere ignoranti quando scegliamo da chi farci governare, illusi che non sarà esattamente come tutti gli altri. 
E cioè un pastore, se a metterlo lì sono sempre le stesse pecore. 



25 febrero 2018

L'ignoranza è forza: perché non voterei mai M5S nonostante gli altri siano "tutti corrotti"


I politici rubano;
I preti sono pedofili;
Gli ultimi presidenti del consiglio in Italia non sono stati eletti dal popolo.

Cos'hanno in comune queste tre affermazioni? Sono vere. Si può negare tutto ciò? Assolutamente no. Nell'epoca dei social e delle opinioni sparate senza richiesta preventiva, questi sono però tre esempi di come una verità per far presa sulle persone rapidamente non abbia la necessità di essere completa. Anzi, il più delle volte dev'essere mostrato solo l'angolino della punta dell'iceberg da dare in pasto all'opinione pubblica. 
Che i politici rubino è vero ma non corretto, in quanto non tutti i politici rubano. Che i preti siano pedofili è vero ma non corretto, dato che alcuni sono pedofili ma non certo tutti. Che gli ultimi presidenti del consiglio in Italia non siano stati eletti dal popolo è sacrosanto, peccato che la Costituzione preveda che il presidente del Consiglio sia scelto dal Capo dello Stato su indicazione dei gruppi parlamentari e che perché una legislatura arrivi a suo compimento la condizione sine qua non è che ci sia una maggioranza in parlamento, non che sia necessariamente la stessa di inizio mandato. Queste sono caratteristiche della Costituzione,  non sono farneticazioni di un piddino o di un fanatico berlusconiano. Per arraffare voti però, i partiti più radicali mirano agli istinti più bassi della popolazione, mostrandogli solo piccoli frammenti di verità che convengono per creare facile consenso e dividere le fazioni politiche in curve da stadio. Soprattutto quando un determinato partito che si fa chiamare movimento alza indomito la bandiera dell'onestà come punto focale del fare politica moderno.
Diceva Benedetto Croce, tra i principali esponenti del liberalismo di inizio Novecento, che onesto dev'essere il cittadino ma il politico dev'essere capace.  
Questo non presuppone il fatto che in politica o si è onesti o si è capaci ma che tra le due cose, se un cittadino dovesse scegliere, dovrebbe fare i suoi interessi reali. 
Sembra contraddittorio, ma è ben presto spiegato: voi preferite farvi operare alla prostata da un genio disonesto o da un onesto incapace che vi fa morire sotto i ferri? In questo modo l'onestà individuale diventa veramente irrilevante quando si parla di politica. 
Si sta facendo un caos sovrumano sulla cosiddetta rimborsopoli, dando così la possibilità ai grillini di apparire paradossalmente più candidi e puliti di prima (perché penalmente non hanno infranto nessuna legge) proprio mentre la gente dovrebbe scandalizzarsi  per  dubbi soggetti che ordinano un bonifico bancario e lo revocano 5 secondi dopo aver scattato uno screenshot per avere una prova fasulla in mano della loro onestà.
Rimborsopoli è però un finto problema, in quanto qualsiasi partito dovrebbe avere le stesse regole per partecipare alla partita politica. Quello che invece fa il M5S, seppur con tutte le buone intenzioni, è darsi regole proprie, darsi un codice non approvato da nessuno se non da se stesso. All'apparenza può essere una cosa ineccepibile, ma scavando un pochino più a fondo l'unica cosa che produce è quella di invalidare tutto il sistema stesso. Coerente, dato che a parole è quello che vuole il Movimento, ma ingiusto proprio perché quelle regole sono state scritte su una Costituzione che lo stesso Movimento dice di voler difendere a spada tratta, mentre invece dovrebbe dare una ripassatina al suo contenuto.
Come ad esempio la scelta di presentare una squadra di governo prima delle elezioni. Interessante, se non fosse che la Costituzione, per ciò  che riguarda le elezioni nazionali, preveda che è il presidente della Repubblica a individuare i ministri e la sua scelta è ovviamente frutto della mediazione con il partito che ottiene la maggioranza. Questi invece vogliono prevaricare anche la prima carica dello Stato di fatto imponendo una squadra ancora prima che le consultazioni abbiano avuto luogo. Farà presa sicuramente sull'elettorato che saprà già di che morte deve morire, ma si ritorna al punto di cui sopra: in democrazia ci sono delle regole che devono valere per tutti.
 Il loro atteggiamento somiglia invece a un allenatore che fa entrare i suoi ragazzi in campo in 8 invece che in 11 e  con pantaloni e sciarpa di lana perché fa freddo, nonostante ci sia una regola che impone una divisa. Restituire denaro, fare volontariato o aiutare i disagiati appartiene alla coscienza individuale delle persone e non può diventare una regola imposta da un guru. Su quali basi possiamo affermare che quel guru abbia ragione nel dire che i parlamentari debbano guadagnare la metà di ciò che una legge stabilisce? E allora perché non togliergli direttamente tutto, comprese le scarpe e farli diventare francescani? Se si vuole dare un messaggio perché non lo si dà estremo? 
E qui veniamo a un altro punto focale della questione.
La politica è una professione. Punto. E non è un compito che chiunque può svolgere. Esattamente il contrario di ciò che affermano i grillini. Per loro anche una casalinga potrebbe fare il ministro dell'economia perché, parole di Grillo, "Se sa gestire da sola una famiglia di tre figli allora vuol dire che sarà all'altezza di gestire il bilancio dello Stato". Difficile trovare un'affermazione più arraffavoti e demagogica di questa. Questo è l'elogio dell'ignoranza puro e semplice. Questa idea che la politica sia roba per tutti è una deriva che caso strano prese piede nei primi anni 20 quando Mussolini si insediò con la forza al potere in Italia. Anche lì loro erano i puri e gli onesti e gli altri i corrotti e ladri. Anche in quel caso loro parlavano di rabbia buona, finendo per instaurare squadristi al governo.
Un'altra verità apparentemente difficile da contraddire è quella legata ai due soli mandati nella cosa pubblica. È coerente con il fatto che per loro la politica non può essere considerata una professione e che amministrare un Paese è una cosa semplice. Chiedete a un insegnante, a uno speaker radiofonico, a un operaio in fabbrica o a un lavoratore di qualsiasi tipo in quanto tempo può definirsi esperto abbastanza nel suo campo da poter gestire persone all'interno del suo impiego. Difficile che dica meno di cinque anni se ha un minimo di onestà intellettuale. Questo perché non dovrebbe valere per un lavoro complicato come amministrare uno Stato?

Sì, va bene, anche negli Usa dopo due mandati il politico ritorna alla sua vita, ma se guardiamo nello specifico questo vale per il presidente, non per la vita politica in generale. Obama prima di diventare presidente degli Stati Uniti è stato membro del Senato dell'Illinois per tre mandati e con la logica grillina non avrebbe mai potuto concorrere per la Casa Bianca.
E poi in tutta franchezza penso che dopo un anno e mezzo di uno alla White House che vuole armare gli insegnanti contro le sparatorie sarei curioso di sapere chi non darebbe ancora 4 anni di mandato a Obama. Sono contro i due mandati e stop per lo stesso motivo per il quale non sostengo che la politica sia una cosa semplice. Non lo è e come dimostrano gli stessi parlamentari 5S, per loro stessa ammissione, hanno imparato a vedere come gira il fumo in politica dopo 5 anni. E quindi perché dare un limite di soli altri 5 anni a persone che hanno acquisito esperienza, facendo un ricambio con persone inesperte che nella maggior parte dei casi non hanno neppure studiato per fare politica (molti 5s sono sì laureati, ma in campi che poco hanno a che vedere con la questione pubblica)?
Si fa un passo indietro invece di farne uno avanti e questo per paura di farsi corrompere dal sistema. Ma la paura di diventare un corrotto si ha sostanzialmente quando ci si sente deboli e non all'altezza di resistere alle tentazioni che la corruzione dissemina sul cammino. Una persona davvero retta e specchiata non ha problemi a sedersi al tavolo con criminali senza apparire anch'essa criminale. E qui veniamo all'ultimo punto:
Per cambiare un sistema bisogna farne parte e sporcarsi mani e piedi nel fango. L'idea di restituire denaro allo stato, l'idea spocchiosa di sentirsi diversi dagli altri come se i grillini fossero marziani catapultati dallo spazio provoca lo stesso risultato che provocherebbe gettare pepite d'oro in una palude di fango. 
Prima si bonifica la palude, dopodiché può diventare un serbatoio d'oro o una piscina d'acqua trasparente. E come si bonifica? Purtroppo qualcuno che annega nel fango per ripulire la palude è necessario, ma dev'essere competente prima di tutto, poco importa se non ha mai rubato una caramella al supermercato. 
Il sistema si cambia facendone parte esattamente come fa un infiltrato della polizia per sgominare una banda criminale. Sta alla sua etica personale e alla sua specchiatezza morale non diventarne parte e non dimenticarsi il perché é entrato nella banda. Questi invece pretendono di bonificare una palude rimanendo immacolati a 100 metri dalla palude stessa, dicendo agli elettori quanto puzzano quelli che dentro la palude ci sono da anni per cercare di bonificarla (non tutti ovviamente, perché criticare il 5S non fa di me automaticamente un sostenitore di chi nella palude ci sguazza perché puzzava anche prima di immergervisi).

Del resto quando si sceglie di parlare alla pancia delle persone e non al loro cervello il politico finisce per essere l'incarnazione dell'elettore che lo vota. Punta sulla sua ignoranza in quanto ignorante lui stesso. L'ignoranza è forza era però uno slogan di un mondo orwelliano e distopico che somigliava molto a un inferno senza via d'uscita.
Questa è esattamente l'antitesi del mondo che io auspico, dove l'unica rivoluzione che immagino è basata sull'intelligenza e non sull'inesperienza mascherata da onestà. Si punta sull'inesperienza delle persone sperando a torto che essendo inesperti non saranno disonesti. Questo succede perché si ha sostanzialmente paura dell'animo umano. Con lo stesso ragionamento seghiamo le gambe a un bambino a prescindere, dato che abbiamo paura che se le spacchi cadendo mentre corre.

Dopo queste mie considerazioni i più radicali mi diranno che sono uno pagato dal PD, servo dei poteri forti, della massoneria e del Bildenberg e invece si sorprenderanno nel sapere che nel 2013 votai M5S alle politiche. Come tanti altri avevo erroneamente calcolato l'equazione cambiamento=miglioramento. Poi ho iniziato a viaggiare in giro per il mondo e tra le tante cose che questo mi ha insegnato ho appreso che le rivoluzioni vere in questa epoca le fanno i laureati ad Harvard, le fanno coloro che hanno studiato per farle e non gli improvvisati che si credono unti dal Signore,  che si sentono illibati e considerano automaticamente ladri e corrotti chi non la pensa come loro. Che sanno solo urlare "tutti a casa" e che hanno imbarbarito la politica con la loro improvvisazione e la loro ignoranza. E poco importa se hanno messo a rappresentarli un giovane dalla faccia pulita e dalla fedina penale immacolata. Uno che non sa coniugare i verbi, che non ha le più basilari conoscenze storiche, che pensa che Pinochet abbia fatto il dittatore in Venezuela e non in Cile è l'emblema stesso dell'ignoranza e dell'improvvisazione e rappresenta degnamente le persone ignoranti che lo voteranno come l'ennesimo salvatore della patria.
Mentre invece nessuno mi toglie dalla testa che il mondo si migliora con persone che hanno un'idea di presente e di futuro e che hanno studiato abbastanza da poterla trasmettere agli abitanti del Paese che vogliono governare.


07 enero 2018

Non è sessismo, è paura (e invidia) della bellezza



Che cos'è il mondo ideale? Ho sempre pensato fosse un luogo nel quale ogni persona a prescindere da sesso, razza, colore dei capelli e grandezza dei genitali potesse avere gli stessi diritti e doveri. È la cosa più banale del mondo e quasi quasi mi sento un pirla nello scriverla, ma pare che non sia così scontata, quando le lotte per avere uguali diritti si trasformano come sempre in lotte di supremazia. Non fanno eccezione neppure le lotte per i diritti delle donne, per le loro battaglie femministe, che sempre più appaiono come vendette contro un sesso maschile che le ha tenute in catene per secoli. 

Viviamo in tempi strambi, ma ciò che risulta ancora più noto è che, con l'aria che tira, non sia più opportuno fare apprezzamenti a una donna senza un suo esplicito consenso scritto e approvato dalla Sacra Rota. Si rischia il linciaggio, se non l'accusa per molestie, anche se per quella di solito si hanno vent'anni di tempo (chi vuole intendere intenda) per organizzare una linea difensiva.
Ormai una donna oggetto di apprezzamenti è scomoda proprio per il suo essere considerata un oggetto. Con tanti saluti al merito della bellezza, che da sempre storicamente è stata rappresentata dal corpo femminile. Viviamo tempi strambi dicevo, dove anche un annuncio "cercasi impiegata di bella presenza" è offensivo perché viene vista con sospetto l'avvenenza di qualcuno. In quel caso la polemica pretestuosa era stata generata dal fatto che non fosse richiesta la bellezza per il lavoro in questione. Annuncio sessista  e punto, come se nell'annuncio ci fosse stato scritto "cercasi donna di facili costumi per lavoro da stagista in Studio Ovale di Washington". L'assurdo stava nel fatto che nessuno si fosse indignato per il misero compenso che la tirocinante selezionata avrebbe dovuto percepire (400 euro al mese), ma tutti si sono offesi per il "bella presenza".
Bei tempi quando si potevano fare apprezzamenti, commenti, considerazioni e pure provocazioni senza avere quel retrogusto di paura perché qualcuno potesse levare gli scudi in difesa della sua categoria di provenienza. Abbiamo mezzi a disposizione che permettono a qualsiasi persona di dire la sua e di contro stiamo arrivando a un punto nel quale non si potrà più dire nulla, perché ci sarà sempre qualcuno che prenderà un commento come un'offesa.

La bellezza diventerà superata, fuori moda, con il pretesto di dare il giusto merito alla personalità, alla profondità delle persone, come se le due cose non possano essere in relazione. E così in questo contesto non ho visto nessuna femminista indignarsi perché nella Formula 1 si stanno preoccupando più dell'eliminazione delle ombrelline (le vallette che accompagnano i piloti in pista prima della partenza) perché mostrano la donna come un oggetto, che della permanenza della Ferrari nel circus. Anzi, saranno già contente di vedere a partire dalla prossima edizione del campionato il pagliaccio di McDonald vicino a Vettel, Hamilton & C., perché immaginavano orde di segaioli con il pene in mano sognando le peggio cose da fare a queste povere donne, che semplicemente erano lì per fare immagine, come se il loro non fosse un lavoro come un altro. 
E allora togliamo tutte le donne e i loro abiti succinti al Motor Show di Bologna, sostituendole con delle balene di 130 kg in pigiama con la bava alla bocca pronte a valutare qualsiasi movimento sospetto come Catone il Censore. Già che ci siamo eliminiamo anche le vallette con il cartello in mano tra un round e l'altro di un match di boxe, sradichiamo dai viali i poster di Victoria's Secret, mettiamo al bando la pubblicità di lingerie perché mostra troppa pelle di una donna, torniamo ai tempi nei quali anche una caviglia scoperta generava scandalo. Voi volete davvero un mondo così? Io per niente. 
E non perché non c'era il fascino di immaginare qualcosa, di scoprirlo e di desiderarlo, ma perché tutto quello che richiamava al sesso era visto come qualcosa di peccaminoso, proibito, da rendere un tabù, che andava censurato senza se e senza ma. E dopo tanti anni che cosa è cambiato se pensiamo alle donne trattate come oggetti solo perché usano la minigonna su un bancone in uno studio televisivo o un paio di shorts con un ombrellino su una pista di automobilismo? È davvero questo che ostacola la rincorsa agli uguali diritti del sesso femminile? 

Recentemente leggevo un articolo interessante nel quale si cercava di capire come i commenti sessisti e da camionista alla quinta pinta di birra non fossero solo ed esclusivamente appannaggio dei maschietti nei confronti delle donne, ma che la cosa fosse assolutamente paritaria. Nessuno infatti ha levato gli scudi a favore della categoria di uomini per un diciottenne sul palco di un reality show che veniva fatto oggetto di eruttazioni tipo "Squirto", "ti scoperei forte" e cose di questa risma. D'altronde una donna che tocca il sedere a un uomo non otterrà mai una denuncia per molestie come succederebbe ormai al contrario. 
La cosa più insopportabile è il passaggio sempre più marcato a un appiattimento delle differenze tra uomo e donna, protendendo verso un essere androgeno che dev'essere sia maschile che femminile, o in molti casi né uno né l'altra. E invece non perderò mai la convinzione che uomo e donna siano profondamente diversi, due mondi molto spesso agli antipodi ma assolutamente compatibili proprio in quanto distinti tra di loro. L'uomo avrà un modo di approcciarsi a una donna che deriva dal suo essere cacciatore (oh cazzo, qualche vegano mi lapiderà con il seitan), la donna avrà un modo di fare differente che deriva dal suo essere accogliente. Facciamocene una ragione.
L'ipocrisia e lo sbilanciamento della censura è già una realtà e basti vedere un uomo che commenta nella maniera più spinta una foto di una donna sul suo profilo e una donna che commenta in maniera altrettanto spinta una foto di un uomo sul suo profilo. Il primo è ormai additato come un molestatore, la seconda è un'innocua simpaticona esplicita senza peli sulla lingua. Sarebbe bello e giusto riconoscere che nessuno dei due, nè quello col pene nè quella con la vagina, siano una minaccia su cui valga la pena interrogarsi fino ad allertare l'organizzazione dei diritti umani.

 Il sessismo dov'è in tutto questo? Io lo vedo proprio nel tentativo di difendere la donna dall'orco nero come se fosse una specie protetta. Facciamola sentire speciale amandola, non mettendola in competizione spietata con un uomo e isolandola come un orso bianco in via di estinzione. È questo che rende insopportabile e stucchevoli a volte molte battaglie anche legittime sulla violenza di genere. Anche perché si continua a chiamarla violenza di genere, quando invece esiste esclusivamente la violenza del più forte sul più debole, ma questa non ha sesso, razza o colore di capelli. Va combattuta come si combatterebbe contro il peggiore dei nemici.

Le donne reclamano quote rosa in politica e sul lavoro? Trovo una cosa abominevole stabilire che ci debbano essere un tot di donne in un parlamento in quanto tali. E dov'è il merito? Vuoi diventare presidente della repubblica nel tuo Paese? Sii libera di farlo e ti scontrerai con tutti gli ostacoli del caso. Altrimenti domani l'associazione di transessuali liberi chiederà le sue quote rosa perché loro vorranno legittimamente reclamare il loro diritto all'esistenza nel panorama politico. Poi si sveglieranno gay, lesbiche, sadomasochisti, ebrei, e tutti quelli che si sentono defraudati dal mondo. E tanti saluti alla meritocrazia una e trina. E questo non vuol dire che domani non ci possiamo ritrovare un presidente trans, gay o con qualsiasi inclinazione sessuale, purché sia il migliore e non per i suoi gusti sotto le lenzuola o per il suo genere.

Se poi vogliamo parlare di diritti davvero, di come in molti campi le donne già calpestino brutalmente gli uomini, facciamoci un giro dai tanti padri single divorziati finiti letteralmente in rovina per colpa delle ex mogli che li hanno ridotti sul lastrico e costretti a vedere i figli una volta al mese accompagnati per diritto divino. 
Facciamoci un giro in Argentina, dove ormai in molti casi vale solo la testimonianza di una donna per incriminare un uomo per violenza sessuale e ci sono uomini innocenti che marciscono nelle galere senza aver fatto assolutamente nulla, avendo avuto solo la malasorte di incrociare il destino con una donna che voleva distruggerli.
Il mondo sarebbe un posto migliore se a comandarlo fossero le donne e se gli uomini recitassero la parte dei comprimari. Questo mi è toccato ascoltare di recente. Ma la malvagità non ha sesso, razza e colore di pelle. Malvagità rimane, anche perché tendenzialmente le donne sono sempre più vendicative e rancorose dell'uomo medio che si accende e spegne con la stessa rapidità di  un fiammifero. Tempo fa ci sono stato per un mese a Buenos Aires e dintorni. Bellissima città, cultura molto affine a quella italiana, ma una cosa non mi è piaciuta per niente e ho trovato riscontro alle mie perplessità discutendone con le persone che ci vivono: il femminismo più duro (che in molti casi è odio pregiudiziale verso chi possiede un pene) è talmente radicato nella cultura locale che molte ragazze hanno acquisito un'abitudine nel vestirsi in maniera sciatta, senza curarsi molto del loro aspetto, senza un filo di trucco, con i capelli arruffati come dopo una siesta pomeridiana. Questo di per sè é assolutamente legittimo, ognuno vada in giro come gli pare, ma è il motivo a lasciare basiti. Lo fanno per non svegliare nell'uomo molestatore l'istinto animale, non certo perché trovano accattivante andare con le babbucce in metrò.
 Premesso che sono un odiatore convinto della chirurgia plastica, del trucco esagerato, dei tacchi a spillo a tutti i costi e che secondo me una donna è bella soprattutto quando si sveglia la mattina senza artifizi, con gli occhi impastati dal sonno e con l'alito di vino della sera prima, trovo che questo modo di fare sia come darla vinta al carnefice invece che alla vittima. Perché un po' di fard e di fondotinta non penso abbiano mai ucciso nè fatto uccidere nessuno. Il non volersi abbellire per non attirare l'attenzione somiglia molto al marito che si taglia i testicoli per fare un dispetto alla moglie che lo cornifica. È proprio darla vinta a quel concetto insopportabile riassunto nelle parole "se l'é andata a cercare", riferendosi a una donna stuprata che indossava la minigonna o un vestito cosiddetto provocante.
Va combattuta la violenza, la stupidità umana, l'educazione sempre più approssimativa che genera mostri che hanno un'erezione appena vedono una coscia lievemente scoperta in metropolitana, ma qua pare che sia molto più semplice eliminare il problema alla radice mettendo in cattiva luce la semplice bellezza. E così come al solito insieme all'acqua sporca si butta anche il bambino e ci si sente rivoluzionari, felici, contenti, androgeni e inguardabili. In questo modo saremo tutti inavvicinabili dal più depravato dei molestatori, semplicemente perché saremo inavvicinabili e basta.



04 diciembre 2017

Achtung baby! La follia inevitabile dei luoghi children free



Non avevamo detto che l'epoca dell'intolleranza era finita settant'anni fa? Che cartelli con su scritto "Qui Tizio, Caio e Sempronio non possono entrare" appartenessero a un passato che per molti aspetti ci ha fatto vergognare di essere umani?
Ultimamente del resto, stabilimenti balneari organizzati in base all'orientamento sessuale, razzismo sempre più becero e tutto un corollario di demenza umana hanno già invaso le pagine di cronaca dei giornali. Ma onestamente pensavo di diventare polvere prima di dover scoprire ristoranti children-free, dove i minori di una certa età non possono entrare. Ero rimasto ai cinema a luci rosse, ai locali striptease, ma non pensavo che dentro un ristorante la caponata fosse vietata ai minori. Ovviamente, al netto della provocazione, i bambini creano disordine, urlano, scalciano, non hanno il filtro della buona educazione e dell'ipocrisia, non fanno buon viso a cattivo gioco, hanno una sincerità che tanto apprezziamo quando si tratta di paragonarla alla falsità degli adulti e meno quando ci colpisce in prima persona. 

Il problema principale è che molti genitori si stanno dimenticando che siamo pur sempre una società e in quanto società è inevitabile darsi delle regole. Se vuoi crescere tuo figlio come una bestia, che cammini a quattro zampe per essere più affine ai suoi amici animali va bene, ma portalo nella giungla a pranzare invece di voler imporre la tua idea rivoluzionaria di mondo agli altri.  

Abbiamo sempre di più, a tutti i livelli, questa insopportabile esigenza di convincere il prossimo della verità che abbiamo scoperto smettendo di mangiare una bistecca, mettendoci due settimane nella posizione del loto o mettendo al mondo un figlio come se questo non fosse già successo negli ultimi milioni di anni. Tutti i figli sono perfetti, tutti i figli diventeranno rock star, divi del cinema, geni della fisica e della matematica, milionari esattamente come lo sono diventati i loro genitori. Non si capisce quindi il perché, dato che questi genitori hanno fatto il lavoro straordinario di partorire la reincarnazione di Einstein, non riescano a far stare tranquilli i loro pargoli eccezionali quando devono condividere lo spazio con qualcun altro. 
Giorni fa mi hanno raccontato di un episodio che è successo qualche anno fa da queste parti: un bambino di dieci anni, quindi neppure un poppante, per attirare l'attenzione dei genitori che non volevano portarlo fuori dal locale a scorazzare, si è seduto nel bel mezzo della sala e ha defecato davanti a tutti i presenti. Potete immaginare l'odore di escrementi umani misto all'aroma dello stufato. Magari a qualcuno sarebbe anche potuto piacere, magari a qualche gerarca nazista de Le centoventi giornate di Sodoma o a Gianni Morandi, ma il resto delle persone si è dovuto sorbire uno spettacolo raccapricciante e perdere totalmente l'appetito per i giorni a venire. Non è dato sapere che fine abbia fatto quel bambino, ma probabilmente sarà già da qualche psicologo che sta cercando di capire i motivi dietro il suo gesto, suggerendogli una terapia comportamentale, invece di dirgli senza mezze misure che è semplicemente uno stronzo maleducato, che avrebbe meritato calci nel culo e botte per una settimana e tanti saluti al Telefono Azzurro.
Molti attribuiscono, a ragione, i comportamenti dei figli all'incapacità di educarli dei genitori, ma non è così semplice il discorso. I bambini nascono in un contesto fatto da duemila input che prima non esistevano, ma poi rispondono sempre agli stessi stimoli di controllo e di dominio del territorio. La legge del più forte esiste in natura e i bambini non fanno altro che esercitarla quando ne hanno la possibilità per rimarcare la loro personalità. Essere padre non ti fa diventare automaticamente carismatico e questo un bimbo lo avverte come gli squali avvertono la presenza del sangue. Il problema degli imput è dei genitori, non dei figli. Sono loro che gioco forza vogliono essere padri, figli, ragazzini e rivoluzionari allo stesso tempo. Del tutto legittimo, ma questi sono i risultati. 

Si vuole sempre avere l'ultima parola su tutto, non si prende più nulla per buono e se prima eravamo una generazione di creduloni che si bevevano qualsiasi cazzata, adesso sembriamo ancora più stupidi per mettere in discussione anche le cose più ovvie e basilari. La medicina e la scuola sono ormai diventati come gli uomini neri delle favole che si nascondono sotto il letto, aiutati nel loro intento distruttivo da qualche multinazionale che ci nasconde l'invasione aliena e che vuole avvelenarci con vaccini al plutonio e scie chimiche. La facoltà di Google è la più frequentata da questi genitori, che credono di poter insegnare meglio degli insegnanti dei loro figli pur non avendo mai aperto un libro per farlo, pensano di poterli curare meglio dei loro medici, pur avendo letto al massimo un bugiardino su internet e avendo copiato e incollato l'esperienza di qualche bambino sfortunato che è stato davvero danneggiato dai vaccini (e purtroppo anche questo può capitare, ma come dico sempre, smettiamo di volare nel momento in cui un aereo ha un incidente?) idolatrano le loro creature perché a un anno dicono ciao, mamma e papà, innalzandoli a geni della specie umana come se questo non fosse sempre successo dagli albori della venuta dell'uomo sulla Terra. Diffidano di tutto, raccontano strampalate teoria sulla Terra Piatta (La Terra Piatta cazzo! Buttiamo nel cesso quello che ha fatto Galileo Galilei perché dall'alto non si vede la curvatura terrestre! Cose da pazzi), dicono che ai loro figli non daranno mai da mangiare carne perché non si ammazzano gli animali, pesci perché gli oceani sono un mare di merda, verdure perché sono piene di pesticidi e frutta perché iniettano chissà quale stregoneria per far sembrare una mela quello che non è, e cioè una mela, aspettando pazientemente che cada da un albero per poterla mangiare. Fanno un figlio per "rivivere la vita un'altra volta attraverso le tappe di crescita del pargolo", ma non fanno altro che dare corpo e forza alle loro frustrazioni sfogandole contro una creatura. Pretendono che i loro eredi diventino qualcuno di speciale, perché loro hanno una vita così banale che farebbe addormentare anche L'uomo senza sonno al raccontargliela. Con genitori così cerebrolesi capite che un bambino si sentirà assolutamente in diritto di scorazzare tra i tavoli di un ristorante e cagare pure nel vostro piatto, dato che qualcuno gli avrà pure insegnato che anche le feci sono commestibili. 
La conclusione quindi è che abbiamo bisogno di educare i genitori, non i figli. Farli ritornare a quella dimensione nella quale i bambini portavano loro rispetto perché se lo meritavano. Adesso invece "ho un figlio ma non voglio rinunciare alla mia libertà, ho un figlio ma non mi pesa più di tanto perché ci sarà qualcun altro al posto mio a dirgli di stare buono quando deve condividere lo spazio con gli altri, io sono troppo occupato dal postare su Instagram la diecimillesima sua immagine, convinto davvero che possa fregare qualcosa a qualcuno".
Altrimenti un'altra soluzione la suggerisce Koushun Takami nel suo libro Battle Royale. Per dare un taglio alla pericolosa perdita di autorità da parte degli adulti, organizza un gioco mortale nel quale alcune classi scolastiche vengono trasferite in un'isola deserta e gli alunni costretti ad ammazzarsi tra di loro fino a quando non ne rimanga solo uno vivo. Dobbiamo davvero arrivare a questi punti?

10 noviembre 2017

Quando il corteggiamento diventa automaticamente violenza sessuale



Viviamo periodi strani, dove l'importanza di ciò che si dice si misura in decibel a scapito del contenuto. 
È ormai chiaro che spararla più grossa e poi rettificare con inutili scuse fa più effetto di un concetto logico sussurrato. 
È l'esaltazione all'ennesima potenza del peccato.
Scagliala tu la prima pietra, tanto le porte di un confessionale sono sempre aperte, meglio se hai i pantaloni corti e frequenti la prima media.

Laviamo con un colpo di spugna, possibilmente una ventina di anni dopo, i peccati che abbiamo lasciato commettere, quando ancora le mani tozze e rugose su di noi di qualcuno che ci appariva potente non avevano il peso della vergogna ma più semplicemente la leggerezza dell'opportunità. 
So cosa stai pensando in questo preciso istante: anche io criminalizzerei la vittima e non il carnefice. 
No, la violenza, quella vera, è una cosa talmente lontana dal mio modo di essere che non riuscirei nemmeno a concepirla. Violenza è quella cosa fatta contro la volontà, niente a che vedere con un complimento fatto con lo stile di un camionista, una mano troppo lunga che si posa su una coscia in maniera languida o anche (seppur insopportabile), una minaccia verbale fatta con l'arroganza di una posizione di potere.
Occorre fare una distinzione chiara tra un abuso sessuale e una violenza psicologica, perché rischiamo di fare diventare labile il confine tra obbligare una persona e persuaderla. Un abuso è costrizione e questo porta con sé tracce, segni, che possono essere mostrati a un'autorità e far finire in galera il molestatore. Ma la pressione psicologica esercitata su una persona labile la possiamo chiamare raggiro, ma è passibile di denuncia? Altrimenti da domani denunciamo tutti i venditori di Folletto che hanno convinto con le loro tecniche di vendita all'acquisto le casalinghe che non avevano nessuna necessità di un'aspirapolvere.
Non ha molto senso lamentarsi perché "quell'uomo vent'anni fa mi ha convinta ad andare a letto con lui anche se non mi piaceva", perché si lascia troppo spazio a chi, a ragione, può controbattere con un semplice: "ma non potevi dire di no? Non potevi andartene?" Una pressione psicologica può perpetrarla anche un amante che convince con insistenza una donna a tradire il marito e cosa facciamo? Lo accusiamo di aver violentato una persona psicologicamente, quando questa poteva semplicemente dire no?
Sogno un mondo dove donne e uomini possano camminare nudi sul viale principale della città senza che questo costituisca un pretesto per fare loro del male. Ma di attenzioni e di corteggiamenti anche riusciti male si è sempre cibato l'animo umano.

Ho visto persone unirsi a una battaglia a colpi di #metoo che pregherebbero per essere violentate da un uomo purché il suo estratto conto sia grande almeno quanto la loro falsa indignazione. Che sanno a memoria la trilogia di 50 Sfumature di Grigio e che hanno fatto la fila al cinema per vedere quante frustate prendeva sulla schiena la protagonista, perché "molestami pure, ma devi essere come Christian Grey altrimenti ti denuncio se solo ti avvicini". Che scambiano corteggiamenti con molestie solo in base all'estetica di chi li rivolge.

La tentazione di essere giudici e non giudicati è troppo forte però. Portare la toga e fissare con aria di superiorità colui o colei che si trova sul banco degli imputati ci riporta a una dimensione nella quale possiamo dare libero sfogo alla nostra animalità e far cadere la bava alla bocca che per tempo immemore abbiamo mantenuto nel palato nella speranza di non deglutirla.
È facile sostenere che tutte le persone che sono state zitte per paura adesso devono denunciare il male subito. Ci fa sentire in un mondo che vuole ripulirsi, che apparentemente si rigenera e fortifica i suoi anticorpi. L'unica cosa che sarà chiara quando gli hashtag #Weinstein, #Spacey e #molestia usciranno dalla top ten dei trending topic sarà quella di aver buttato via il bambino insieme all'acqua sporca, come succede sempre quando il giustizialismo viene scambiato per un dogma.
Puntiamo il dito perché abbiamo fondamentalmente paura, se non certezza, di essere come e peggio dell'imputato che guardiamo con aria di superiorità dal banco dei giurati, con lo stesso inutile sollievo che provavamo a scuola quando interrogavano il nostro compagno e non noi, che come lui non avevamo studiato, evitandoci la gogna almeno fino alla verifica seguente.

Quando scoppia uno scandalo perdiamo sistematicamente un'opportunità per fare davvero pulizia della sporcizia in esso nascosta. È come se dovessimo ripulire una stanza sfitta da anni e, dopo lo sforzo fatto per togliere le ragnatele e la polvere più ostinata, evitassimo di spostare i mobili per eliminare il vero putridume, quello che non si vede, quello che fa più danni e odori molesti.
L'importante è poter ostentare la nostra buona volontà nel fare pulizia, nessuno intanto controllerà mai il risultato del nostro lavoro, sarà sufficiente un selfie con un paio di guanti da Mastrolindo e un hashtag #facciamopulizia per convincere il nostro pubblico che lo abbiamo fatto davvero.
Ha a che fare con la nostra necessità di sentirsi puliti, moralmente superiori e inattaccabili, con un lucchetto a doppia mandata al nostro armadio per nascondere gli scheletri. Perchè tutti ne abbiamo uno.
 Tutti abbiamo segreti inconfessabili, tutti abbiamo fatto un apprezzamento esagerato nei confronti di una persona, perché magari in quel dato momento ci è semplicemente uscito male, tutti almeno una volta abbiamo allungato un braccio per stabilire un contatto con qualcuno che non aveva nessuna intenzione di stabilire un contatto con noi. 
Dovremmo forse essere tutti accusati di molestie? Di certo no, che ognuno si tenga i suoi segreti e le sue sporcizie per sé, senza la necessità di ostentare perfezione scagliandosi contro il presunto mostro di turno come se chi punta il dito non avesse qualcosa di inconfessabile.

Le accademie di arti marziali sono pregne di donne che fanno seminari di difesa personale perché "non si sa mai chi mi becco per la strada" e questo da un lato è condivisibile. L'eccesso però in questi casi è iniziare a vedere nemici anche dove non ce ne sono, sentirsi ostile in quanto uomo, perché potenzialmente, avendo un pene, puoi fare qualcosa contro la volontà di qualcuno. Questo è decisamente troppo, non ci porterà a stare meglio ma solo ad essere ancora più diffidenti l'uno verso l'altro e il prossimo passo sarà un mondo dove il contatto umano dovrà essere vagliato prima da un arbitro che stabilisca le intenzioni che abbiamo.

Non appicco un incendio e brucio un albero perché da esso sono cadute diverse mele marce;
non smetto di volare in aeroplano perché in un dato momento qualche aeroplano è precipitato.
Non smetterò mai di corteggiare una donna solo perché molti uomini non sanno come farlo e sfogano la loro frustrazione e incapacità diventando molesti. E altri diventano pericolosi. Ma non è mai la maggioranza delle persone. La maggior parte degli uomini vanno in paranoia pura dopo una doppia spunta blu di WhatsApp, si fanno problemi a essere invadenti, pesanti e pedanti dopo una chiamata di troppo, passano tre appuntamenti a guardare inebetiti la loro interlocutrice senza alzare un dito perché hanno paura di un rifiuto e tornano a casa con le pive nel sacco illusi che quella donna che faceva tanto l'estroversa a parole, se non ha fatto il primo passo significava soltanto che non ci sarebbe stata. E invece ha già creato una chat comune con le amiche per farsi beffe di un povero stupido che dopo tre appuntamenti non l'ha posseduta con veemenza. Altro che mettere le mani addosso a qualcuno contro la sua volontà.

Vivo da anni in una realtà sud americana fatta di una fetta molto rilevante di donne (per fortuna non tutte ovviamente) che farebbero l'amore più con il mio passaporto che con me in quanto italiano, in quanto appartenente a un primo mondo che insultano, invidiano e al quale aspirano in maniera direttamente proporzionale. 
Che cercano assiduamente l'opportunità per piantare la bandiera in un terreno fertile, che cacciano gli uomini come se fossero prede, bancomat con cravatta e scarpe dai quali servirsi a loro comodo, che "viva il femminismo perché tutti dobbiamo avere gli stessi diritti ma che uomo sei se non mi paghi sempre il conto? Devi prenderti cura di una donna" (come se fosse handicappata e senza l'uso delle mani per aprire la borsetta e pagare lei), che accettano la violenza domestica come un male necessario per mantenere il loro status, sempre che l'uomo che le maltratta abbia una fisarmonica nella tasca posteriore dei pantaloni e possa indossare l'abito più luccicante quando devono mostrarsi al mondo con i loro sorrisi finti.

Ma va bene così fin quando fa comodo, dopodiché, possibilmente in una ventina di anni perché ci vuole tempo per metabolizzare i colpi, verrò accusato di molestie sessuali solo per averle degnate di uno sguardo.


22 octubre 2017

Lascia che mi illumini con il tuo lato più oscuro




Vedo prevaricazioni ovunque;

Vedo personaggi improbabili unirsi a battaglie che non capiscono neppure lontanamente solo per  sentirsi parte di qualcosa;

Vedo community di lettori radicali su Facebook che partono con le migliori intenzioni, dove si dovrebbero semplicemente scambiare informazioni letterarie e che finiscono per scoprire l'ostentazione con la più palese delle sue facce. Gente che ha realmente bisogno di condividere con un pubblico sconosciuto e invisibile il titolo del libro che ha appena cominciato a leggere, altra gente che ha bisogno dell'approvazione altrui per sentirsi più colta di quanto non lo sia in realtà, ulteriore gente che copre di insulti uno scrittore che ha la sola colpa di vendere con una pubblicazione quello che loro non riuscirebbero a fare con una libreria zeppa di manoscritti.
C'è un meccanismo sconcertante dietro tutto questo voler essere perfetti, colti, intelligenti e brillanti senza passare per lo sforzo che sarebbe necessario a dare sostanza alle nostre forme.

L'ostentazione è arrivata a un livello ormai incontrollabile e sembra poter sostituire la realtà in ogni sua sfaccettatura. È molto più semplice del resto riunire quattro libri di scrittori di un certo livello, scattare loro una foto, pubblicarla nell'etere e far credere automaticamente di aver acquisito le nozioni al loro interno. Difficilmente qualcuno potrà verificare il contrario, soprattutto quando Google ha sostituito quasi del tutto la funzione del nostro cervello, restituendoci informazioni che non abbiamo più bisogno di immagazzinare a una velocità imparagonabile a quella della nostra mente. In questo modo la realtà diventa quasi superflua, nel momento stesso in cui è così semplice e privo di sforzo poter essere ciò che non si è.
L'ego è un serbatoio di benzina insaziabile con un foro nel fondo a causa del quale non si riempirà mai del tutto. Viviamo un'epoca barocca nella quale cerchiamo l'umanità che stiamo perdendo nell'imperfezione, nella verità senza filtro e poi nel momento in cui dobbiamo mostrare ciò che siamo torniamo rinascimentali, finiamo per vergognarci di quello che può farci apparire umani, crudi, veri, sfoggiando la parte apparentemente perfetta di noi stessi e illudendoci sinceramente che dietro la facciata migliore che facciamo vedere non sia facile scorgere il putridume nascosto con una mano di bianco.

E io invece vorrei vedere lo sporco che circonda le anime di chi interloquisce con me, vorrei che lo mostrino con orgoglio, perché l'essere umano è lato oscuro e luminoso, nel quale uno alimenta l'altro. Vorrei la bozza dei pensieri, non la versione riveduta e corretta di quello che passa loro per la mente, lucidata perfettamente perché brilli in quanto condivisa con un pubblico. Vorrei più foto scattate all'insaputa del soggetto e meno selfie, più espressioni vere e meno sorrisi perfetti tutti uguali dietro i quali è evidente la frustrazione.

Siamo pieni fino all'esaurimento di frasi motivazionali che ci ricordano ogni giorno di fare ciò che più ci piace, senza avvederci di ciò che pensano gli altri di noi. Vivi la vita che pensi di meritare, non ti curar di loro ma guarda e passa. Peccato che tutto ciò venga pubblicizzato in un mezzo che fa dell'opinione altrui la sua più grande fonte di energia e che fa si che tutto quello che decidiamo di condividere sia vagliato proprio secondo il giudizio degli altri. Il problema è che a dare un'immagine di noi stessi color bianco candeggina si finisce per vivere la vita che altri soggetti vogliono che viviamo, quasi mai quella che vorremmo realmente. 
Le buone intenzioni sono state la rovina del mondo, diceva Oscar Wilde. I soli che hanno compiuto  qualcosa di rilevante nel mondo sono stati coloro che non avevano nessuna intenzione. Facevano qualcosa perché ci credevano, non dovevano piacere a nessuno, mentre invece oggigiorno siamo circondati da persone che hanno un'esistenza lastricata di buone intenzioni che mai diventeranno reali. Vivono per piacere mostrando la loro  parte "migliore" alla finestra per  nascondere il vuoto pneumatico della loro stanza.
L'illusione di avere una platea alla quale dispensare le nostre opinioni doveva essere un modo per ripagarci del fatto che la maggior parte di noi non ha potuto e voluto dare corpo ai propri sogni e farli diventare realtà. È diventato uno squallido sfoggio di qualcosa in cui non si crede, ma lo si fa perché é quello che il fantomatico pubblico si aspetta. Siamo partiti dal condividere ciò che viviamo a viverlo solo per poterlo condividere. Ma in realtà questo non fa altro che mostrarci come i pagliacci del nostro stesso dolore nascosto, clown con il cuore spezzato che sfoggiano un volto di plastica perennemente sorridente con la morte dietro la maschera, talmente convinti e contenti del nostro naso rosso apprezzato con like, cuoricini ed emoticon che non riusciremmo più a riconoscere il viso che si nasconde dietro di essa, ormai completamente incollato dalla nostra stessa falsità.

04 septiembre 2017

Perché l'evoluzione digitale ha creato nuovi uomini di Neanderthal

Internet dovrebbe farci conoscere il mondo, avvicinarci, connetterci in un'unica enorme famiglia mondiale e invece per il suo utilizzo sconsiderato stiamo retrocedendo all'era dell'uomo di Neanderthal.
Siamo diventati una generazione di giudici e filosofi, che puntano il dito contro chi ha la sventura di mettere a nudo gli errori che fanno tutti quotidianamente. Gli internauti, quando sono davanti a uno schermo in un nanosecondo hanno la possibilità di trasformarsi in Baudelaire, Einsten, Casanova, Sepulveda, Benedetti e Coelho, grazie a Google che con il tempo è diventato il loro vero cervello. Non c'è neppure più bisogno di studiare qualcosa, capirlo e archiviarne i ricordi. C'è già qualcuno nell'etere che lo ha già fatto al posto loro e che lo ha gentilmente condiviso perché lo possano sfoggiare con qualcuno che devono convincere di essere speciali.
Non c'è nulla di speciale ad essere normale, recita il titolo di uno dei molteplici gruppi nati su Facebook che dispensano frasi banali e scontate che fanno presa su molti e generano dibattiti a non finire. È vero, non c'è nulla di speciale ad essere normale, ma oramai il normale si sente automaticamente mediocre e frustrato e quindi l'unica maniera per sfogare la sua rabbia è mettersi davanti a una tastiera e trasformarsi in un leone. I bersagli sono tutti, l'importante è che commettano un errore. E quando si parla di errori non si intende omicidi pedopornografici o stragi di massa, ma più semplicemente una negligenza che potrebbe essere di tutti, come un tradimento, come un insulto durante un diverbio tra due automobilisti. Vale tutto, l'importante è che si può ostentare quell'insopportabile sensazione di perfezione, quell'essere almeno per un attimo dalla parte giusta della barricata, da quella dei giudici e non degli imputati.
La violenza che fa più paura in rete non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle cosiddette persone normali, che dietro la protezione di uno schermo possono sfogare i loro istinti più sanguinari. È facile dire "è colpa dei social, è internet che è il mostro con le zanne, si stava meglio quando le persone si guardavano negli occhi e non attraverso il filtro di uno smartphone". Dare la colpa della mestizia umana a internet è come incolpare una Ferrari stampata contro un palo di aver fatto morire chi la guidava, dimenticandosi che non avesse né patente né la minima idea di come frenare. La verità è che la malvagità umana c'è sempre stata, ma prima la si poteva sfogare solamente contro una televisione che comunicava in maniera unidirezionale o con un gruppo di amici davanti al cicchetto al bar. 

A parole tutti, nessuno escluso, dicono qualcosa con cognizione di causa, partendo dal voler fare giustizia o solidarizzare a favore del più debole. Ma alla fine la sete di giustizia scatena una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare. E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna?
Qualche giorno fa da queste parti, a Quito, è successo uno di quei casi talmente comuni che non meriterebbero neppure menzione, ma che sono la cartina di tornasole perfetta dei tempi in cui viviamo.
Un pedone attraversava le strisce, un furgone ha frenato all'improvviso, finendo per invadere la zona pedonale. Questi ha colpito con un pugno il cofano anteriore del veicolo e l'autista per tutta risposta è sceso e lo ha coperto di insulti, mentre l'uomo a piedi in maniera automatica, come se fosse stato indispensabile, ha ripreso la scena in video con il telefono. Lui era quello buono, quello che voleva solo attraversare, mentre l'altro era il male, il cattivo in sella a una bestia con gli artigli e le ruote chiodate. La sua sete di vendetta si è acuita quando si è reso conto che il furgone fosse senza targa e con i vetri oscurati, tipico degli autoveicoli governativi. Il video ovviamente è finito online diventando virale in un attimo, perché tutti i pedoni (anche se un attimo prima erano automobilisti esattamente come lui) non aspettavano altro  che inveire contro il mostro per aver quasi provocato un incidente e per aver perso la testa, additandolo come il politico approfittatore e prepotente. A nulla sono serviti i chiarimenti del pilota del veicolo che spiegava come fosse semplicemente l'autista del capo di un'impresa. La stupidità della tempesta che ne è seguita è stata ovviamente superiore di un diverbio che si sarebbe potuto concludere con un vaffanculo e un dito medio. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della ragione.

 C'è da dire anche che una volta per spettegolare di qualcuno come facevano le comari nei borghi di periferia almeno bisognava conoscerlo di vista, per poter vedere una rissa e raccontarla agli altri bisognava rischiare di prendersi un pugno nell'avvicinarsi. Adesso è tutto permesso comodamente seduti sul divano o alla peggio dalla finestra del balcone di casa con il conforto di una videocamera integrata e un video del litigio del vicino da condividere con tutti.
Una volta, in maniera provocatoria durante una cena tra amici, proposi la soluzione al dilagare della stupidità umana sui social: ogni commento costa 1 euro, un post su Facebook 5, caricare immagini 10 e video 20 euro. Se pubblichi o condividi una bufala riconosciuta viene sospeso il tuo profilo per una settimana, se fai commenti offensivi, minacce di morte o errori grossolani di grammatica, l'account viene sospeso a tempo indeterminato. O Facebook & C. si spopolerebbero nel giro di una settimana, mi risposero, o semplicemente commenterebbero a vanvera solo gli stupidi ricchi e pagare sarebbe il lasciapassare per poter dire qualsiasi tipo di orrore. In un mondo nel quale le persone non vogliono più pagare niente e il sistema dà ragione a loro, dato che guadagna di più dalla loro semplice presenza che estorcendogli denaro dal portafoglio, pagare per esprimere un'opinione in effetti suonerebbe maledettamente antipatico per la libertà di espressione e antidemocratico in stile Corea del Nord.

No, la soluzione non è privare le persone, anche le più ostinatamente imbecilli, della parola, non ha mai funzionato.
Tutta questa intolleranza verso i social, verso chi commenta augurando la morte a qualcuno, verso chi ha sempre l'ultima parola su tutto ci fa diventare esattamente come loro (del resto se odi gli hater diventi hater anche tu e così si torna al punto di partenza dei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte). L'intolleranza non ha mai risolto nulla, se non generare ancora più intolleranza. Come un male necessario e inevitabile bisogna accettare la sua esistenza per esserne immuni. Tempo fa facevo due chiacchiere con una persona che era preoccupata del fatto che i suoi finti amici le parlassero alle spalle. La guardai e le dissi senza tanti giri di parole: "Smettila di preoccuparti, perché tanto questo succede e succederà sempre". Proprio come chi del gossip, del pettegolezzo, della cattiveria gratuita proprio non riesce a farne a meno, esisteranno sempre coloro che sfogheranno la frustrazione per la loro vita inutile con minacce di morte, insulti e ogni tipo di orrore dietro lo schermo di un telefono o di un computer.
 Magari ignorandoli, evitando di finire nei commenti a piè di un articolo o di un post e spendendo il tempo per utilizzare internet per come è stato concepito, potranno scomparire dalla nostra vita e smetteranno di condizionare negativamente la nostra quotidianità, esattamente come fantasmi che spariscono appena si accende la luce.

Per concludere, proviamo a fingere per un momento che il web sia ormai il migliore dei mondi possibili. Che razza di senso può avere andarsene in giro per post e aggiornamenti con la bava alla bocca nel tentativo di fare a botte virtualmente con la foto di un profilo altrui?
Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre virtuali non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in questo modo dissennato. Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un attimo – cosa ci stiamo precludendo comportandoci a parole come pazzi sanguinari? Che cosa stiamo perdendo nel non usare la rete esattamente come dovrebbe essere usata, e quindi per evolverci? 

La risposta la sapete già.
Haters del cazzo.


25 agosto 2017

ECUADOR, Lenin Moreno, il Frank Underwood dell'House of Cards ecuadoriano



(ECUADOR) - Lenin Moreno è uno squallido voltagabbana o è il più astuto dei politici americani, da far impallidire persino i magheggi e i  sotterfugi di Frank Underwood in House of Cards? Se lo stanno chiedendo in molti in Ecuador da quando è stato eletto tra accuse di brogli elettorali (come sempre da queste parti),  minacce che il Paese sarebbe diventato come il Venezuela, rivolte di piazza che si sono affievolite al primo ponte festivo.
Tutti quelli che hanno votato il candidato di destra Lasso sono andati avanti per mesi con la tiritera che Moreno fosse un burattino legato a doppio filo al presidente uscente Correa e soprattutto al suo fidato vice Jorge Glas. Secondo loro infatti Moreno, che dopo un incidente è costretto sulla sedia a rotelle, avrebbe lasciato l'incarico dopo qualche mese per fare insediare il braccio destro di Correa e continuare con la Rivoluzione Ciudadana che tanto ha spaccato in due il Paese, al netto di quello che di buono ha fatto.
Sembrava un copione talmente scontato che qualcosa di imprevisto doveva passare per forza, come in un giallo con il finale a sorpresa o come in un film di Christopher Nolan. Moreno, che è stato appoggiato in campagna elettorale come il segnale più forte di continuità con il passato, ha realizzato il più classico dei colpi di teatro, prendendo decisamente le distanze dal suo predecessore e iniziando una politica volta al dialogo e alla riconciliazione tra le varie parti politiche e sociali.
L'azione più clamorosa e per la quale si è aperta una faida nel partito di maggioranza tra chi appoggia il presidente e i correisti più radicali è stata togliere ogni funzione al vicepresidente Glas, sotto indagini preliminari per peculato e altre presunte pratiche illegali, nell'ambito dello scandalo Odebrecht che sta mietendo vittime illustri in mezza America Latina. Durissima la reazione di Glas, del cerchio magico di Alianza Paìs e dello stesso Rafael Correa, che ha subito gridato al complotto.
Il dialogo sembra l'asse portante della presidenza di Moreno, che ha esortato il popolo ecuadoriano a unirsi nella lotta alla corruzione da ogni parte questa provenga e la stampa a denunciare liberamente scandali, anche se questi coinvolgono membri del suo governo o del suo partito.

Uno dei primi provvedimenti del presidente della Repubblica è stato di riaprire la porta al dialogo con la Conaie, movimento indigeno osteggiato da Correa, restituendogli la sede e assicurando indulto ed amnistia a vari dirigenti indigeni.
Moreno sta interpretando quindi un nuovo approccio, dettato dalla sua indole più dialogante, ma non per questo meno determinata, e probabilmente dalla necessità di evitare una polarizzazione di stampo venezuelano, la stessa cosa che i destrorsi si aspettavano con il suo insediamento.  A proposito: che fine ha fatto l'opposizione che tanto sbandierava il rischio di un ritorno al Sucre come moneta nazionale e dello smantellamento della dollarizzazione con l'avvento di Moreno? Quelli che hanno votato Lasso sperando di non proseguire con il correismo si sono ritrovati paradossalmente vincitori nonostante la sconfitta di misura alle urne, dato il cambio di rotta deciso di Lenin e la guerra ormai aperta nei confronti dell'ex presidente, al quale non è rimasto altro che gridare al complotto via Facebook da un appartamento mansardato di Bruxelles.
Per quel che ha fatto vedere fino a questo momento, Lenin Moreno sembra un politico più esperto e navigato di quello che ha sempre lasciato presagire, evidenziando un cerchiobottismo tipico dei potenti più furbi e carismatici del continente, cercando di distruggere alacremente l'immagine del suo predecessore (e questo non può che portargli consensi anche dall'opposizione). La ricerca del dialogo dovrebbe far piacere a tutti, siano essi del suo partito o della destra, ma il fatto che i correisti più convinti gli abbiano voltato le spalle accusandolo di essere un traditore fa notare ancora una volta che la politica non potrà mai mettere tutti d'accordo, per il semplice fatto che è più facile dichiarare guerra a chi non la pensa diversamente (nonostante ci si condivideva il tavolo da pranzo fino alla legislatura precedente) che cercare un punto d'incontro e ammettere che il Paese, dopo dieci anni di correismo aveva bisogno esattamente di distendere i toni. La politica è l'arte del compromesso hanno sempre detto, ma i più radicali, siano essi correisti in Ecuador, lepenisti in Francia o salviniani e neofascisti di CasaPound in Italia il dialogo non lo vogliono, convinti di avere sempre la verità in tasca.

In Italia del resto, per due anni ha governato Matteo Renzi, che per le sue politiche ha fatto più contenta la destra che i suoi compagni di partito. Pare chiaro oramai che i partiti nati da ideologie di sinistra per governare debbano diventare di destra, cosa che non succede mai al contrario. Sono costretti a schiacciare l'occhiolino a provvedimenti che fino a poco tempo fa erano appannaggio di realtà repubblicane e neoliberiste, mentre quando il socialismo viene espresso ancora in tutta la sua sostanza i risultati sono semplicemente disastrosi (vedi Venezuela e Corea del Nord). Lungi da me dire che questo sia un bene, ma è semplicemente il risultato di un individualismo estremo che non permette e non accetta di aspettare i più deboli nella corsa verso il progresso.
In conclusione il socialismo, anche in America Latina, deve appoggiarsi alle stampelle della destra per poter continuare a stare in piedi e quindi ben venga il Moreno di turno che dà un colpo al cerchio e l'altro alla botte, nell'obiettivo, forse idealista e utopico, di mettere tutti d'accordo.

Poi forse domani mattina Lenin si sveglierà con la luna storta, rinnegherà il dialogo con tutti, reintrodurrà il Sucre, cancellerà la dollarizzazione, difenderà a spada tratta il suo vice Jorge Glas, al quale cederà tutti i suoi poteri per motivi di salute e vissero tutti felici, contenti e divisi. Perché forse la guerra tra fazioni e la politica come tifo da stadio è esattamente quello che vogliono i cittadini e un presidente dall'aspetto forte e arrogante come Correa farà sempre più presa di un bonario su una sedia a rotelle incline alla mediazione. E la sceneggiatura tornerà prevedibile come il peggior episodio di House of Cards.

21 agosto 2017

Lettera a un frustrato



A te che ti lamenti per il troppo caldo in estate, il troppo freddo in inverno e il clima pallido nelle mezze stagioni  (che da anni dici non esistere più alzando le spalle con la saccenza di chi crede davvero di sapere tutto), ti manderei a Los Angeles, sono sicuro che ti lamenteresti persino del clima sempre soleggiato,
A te che quando la rivoluzione tecnologica era già iniziata spaccavi computer o inneggiavi a chi lo faceva per te sul palco di un teatro,
A te che la grammatica è qualcosa per dotti, l'importante è il concetto, come se ti presentassi a un colloquio con la camicia sporca di fango pretendendo ascolto,
A te che da giovane hai sempre guardato con disprezzo chi non si allineava al tuo modo di divertirsi, chi preferiva una festa in casa a una notte da sballo in discoteca, chi un libro all'ultimo tormentone estivo, chi preferiva studiare e inventarsi un lavoro diverso per cambiare prospettiva e non dover odiare due terzi della vita proprio come succede adesso a te con il tuo lavoro,
A te che dicevi "ma come fai a viaggiare in giro per il mondo senza qualcuno che ti finanzia? Sicuramente avrai conti in banca alle Cayman.", perché per te è inconcepibile l'ingegno umano, dietro una conquista ci vedi solo ed esclusivamente qualcosa di marcio,
A te che "ma come fai a vivere in Sud America meglio di come faresti in Italia? Secondo me spacci, del resto cos'altro si va a fare in Sud America?", dimostrando che del mondo conosci giusto il giardino di casa tua e i tuoi pregiudizi ti farebbero mettere dogane e frontiere direttamente all'uscio della tua abitazione.
A te che hai sempre criticato la tecnologia, demonizzandola come un'arma di distruzione, la stessa grazie alla quale urli il tuo disprezzo verso il mondo, ma sostanzialmente verso di te, commentando come un forsennato dal salotto spoglio di casa tua,
A te che un giorno sei un politologo, il giorno dopo un esperto di vaccini, poi un fine conoscitore delle tendenze sessuali altrui, un allenatore di calcio ogni finale di Champions League e un fanatico di atletica ogni Olimpiade, 
A te che hai sempre l'ultima parola come si usa come i pazzi, che le cose le vedi solo dal tuo punto di vista volubile,
A te che grazie a qualcuno che ti ha messo in mano uno smartphone adesso non perdi occasione per essere su Twitter uno di quelli che rappresentano fedelmente il cosiddetto "popolo del web" al quale sostanzialmente non va mai bene niente e lo dice apertamente,
A te che critichi i "wrustel al mare" solo perché ti hanno lasciato in ufficio a puzzare aspettando la tua inutile settimana di ferie ad agosto, nella quale ti sentirai un re e non farai altro che trattare male chi avrà la sfortuna di incrociare il tuo cammino in un hotel, in una spiaggia o in un ristorante, pubblicando ovviamente le tue gambe indecorose con il mare in sottofondo,
A te che odi, detesti una star e la invidi ma che non saresti mai disposto a fare un decimo dello sforzo che ha fatto per diventare quello che è, ancora convinto che alzarsi la mattina, percorrere la tangenziale per andare al lavoro e stare 8 ore in ufficio sia la cosa più pesante del mondo,
A te che se vai una settimana all'estero ti credi Cristoforo Colombo ed è grazie a quelli come te che gli italiani fuori dai propri confini sono ancora considerati mafiosi, maleducati, ladri, quelli che gridano e quelli che pensano sempre di sapere tutto,
A te che "un politico non ha mai fatto un cazzo nella sua vita", inneggiando gruppi tipo "Dimissioni e tutti a casa" (e poi però devi andare tu in Parlamento e vedere di che cosa saresti capace), è per quelli come te che persone poco credibili come Grillo, Salvini, Le Pen, Maduro e Trump hanno la considerazione che mai avrebbero raggiunto in un mondo normale,
A te che se vedi nero vedi nemico,  solo perché qualcuno ti ha detto che dev'essere così e che sei capace di scambiare Samuel Lee Jackson per un clandestino in una foto virale,
A te che le regole si rispettano quando sono gli altri a doverti qualcosa, quando tocca a te essere onesto equivale a essere stupido e che te la prendi con un disabile perché gli rubi il parcheggio a lui riservato,

Sei quello che una volta al bar prendeva gli schiaffoni dietro il collo per le cazzate che diceva sul mondo e che adesso, grazie ai mezzi di cui disponi e a chi li ha creati, puoi spargere senza limite la tua merda sentendoti considerato come un premio Nobel, rigorosamente da un profilo falso senza neppure mettere la faccia.
Gente come te è pericolosa quanto un camion dell'Isis contro la folla, perché l'unica cosa nella quale puoi eccellere è distruggere quello che gli altri provano a costruire, fondamentalmente perché tra vivere ed esistere hai sempre scelto la seconda opzione.
Del resto, parafrasando Clint Eastwood, il mondo si divide in due categorie: gli spettatori non paganti paragonabili ai voyeur e chi la partita almeno accetta lo scotto di giocarla, convinto che qualcuno criticherà a prescindere. Lo farà non tanto per gli errori che chi gioca può commettere, ma più che altro per il coraggio che chi sta a guardare non ha mai avuto e mai avrà per scendere in campo e confrontarsi da vicino con i propri fallimenti.

Perché Tolstoj e Alexander Supertramp ci hanno mentito

Qualche giorno fa un conoscente mi ha scritto un messaggio in inbox spaventato: "È da mesi che non pubblichi nulla sulla tua pagina...