19 junio 2016

Passato Prossimo




Il 9 giugno scorso è successa una di quelle cose abbastanza inconcepibili per un viaggiatore e per chi si dichiara tale: un aereo all'interno del quale c'era un sedile prenotato a mio nome ha staccato la carlinga dal suolo senza di me. No, non mi sono svegliato tardi e ho perso l'ultimo treno disponibile per l'aeroporto, non ho fatto bagordi la sera prima dimenticandomi che avevo un viaggio da compiere. Tutt'altro. Per una volta ho dovuto rinunciare a una partenza. Se credessi solo in ciò che è dimostrabile mi accontenterei di addurre che questioni burocratiche hanno impedito il mio ritorno in Sud America, ma in realtà so che qualcos'altro mi ha trattenuto qui. Dal momento in cui quell'aereo è partito senza di me ho avuto una nettissima sensazione che mi riconduce al mio libro appena uscito e al tempo vissuto come se in qualche modo fosse già scaduto.
Ho infatti l'impressione che quel giorno abbia fatto ingresso in una macchina del tempo e che tutto quello che sto vivendo adesso non sia altro che qualcosa che mi è già successo prima. Ho rivisto persone che facevano saldamente parte del mio passato e che probabilmente mai avrei pensato di tornare a vedere, luoghi che stavano ben al sicuro nel cassetto dell'infanzia e situazioni che contraddistinguevano il mio modus vivendi di quando avevo vent'anni.
Il passato rivive ogni giorno perché non è mai passato, secondo un proverbio africano e mai come adesso sento che sto rivivendo i giorni a ritroso, come se fossi all'interno di un mondo nel quale i parametri del tempo sono in qualche modo saltati. 
Il tempo è qualcosa che molto spesso diamo assolutamente per scontato e che invece può essere rappresentato come un elastico, in tensione o a riposo a seconda che sia veloce o lenta la percezione che abbiamo di esso. 
Il tempo è un avversario strano, colpisce ai fianchi senza mai affrontarci direttamente, ma proprio per questo logorandoci ancora di più.
Cosa succede però se il tempo stesso finisce e l'unica alternativa è tornare indietro? Può essere un trauma, ma anche l'opportunità per chiudere le situazioni che avevamo dimenticato in un cassetto e lasciate in sospeso, può essere un alleato quando fino a poco prima era un nemico, può essere dominato quando fino a poco prima era sfuggente, può essere la classica e insperata seconda opportunità che molto spesso la vita stessa ci nega.
È esattamente il limbo nel quale mi trovo io, essendo salito a bordo di una macchina del tempo che mi propone un altro Ale Cona, quello che è rimasto qui e non è mai partito per scoprire sé stesso così lontano dalla sua casa madre. Posso avere la sensazione che questo tempo che sta tornando indietro mi stia ricongiungendo in qualche modo con lui, facendo di me una persona finalmente più completa nei suoi difetti, perché accettata anche una parte dalla quale inevitabilmente si scappa quando si intraprende un viaggio così lungo.
Fare pace con il proprio passato è necessario per affrontare il presente e postulare un futuro. Per questo dovevo tornare in Italia e per questo, doveri editoriali a parte, non è ancora giunto il momento di ripartire. Ripartire sì, perché non succederà più di lasciare sollevarsi un aereo senza di me a bordo, perché il mio destino ha ancora a che vedere con il lato del mondo dove tramonta il sole.

C'è anche un'altra possibilità, per certi versi ancora più affascinante: in realtà il 9 giugno la mia persona ha subito uno sdoppiamento (niente a che fare con il gemello che già ho e che già rappresenta la vita che non ho vissuto). Un altro AleCona (che per non confonderci chiameremo AleCona 2 e solo chi ha visto il film Time Crimes potrà capire) è atterrato a Guayaquil, da lì ha preso un piccolo autobus di provincia per risalire il Parque Nacional El Cajas, costeggiare i favolosi laghi di montagna che contraddistinguono la zona e arrivare a Cuenca, un luogo dove non è possibile stare solo di passaggio. Lo posso vedere chiaramente, camminare attraverso le calle della città, attraversare il Parque Calderon e apprezzare i mattoni rossi della Cattedrale come se la vedesse sempre per la prima volta, prendere il suo the caldo al Goza tutti i pomeriggi, maledire il tempo sempre piovoso, concentrarsi sul vociare rumoroso di tutti quelli che utilizzano Plaza de la Merced come punto di ritrovo, apprezzare le evoluzioni degli skaters che trasformano la piazzetta in una pista, notare due amanti di non più di vent'anni che si scambiano effusioni un po' in disparte perché é meglio non farsi vedere troppo e poi svegliarsi non più tardi delle 6,30 la mattina per poter correre a lezioni di arti marziali, gridare "Andiamo, colpisci!", al compagno di Wing Chun di turno nella speranza che il grido di battaglia restituisca le energie che stanno per finire e sentirsi al riparo in una città che con la sua assenza di stimoli importanti lascia libero uno scrittore di fare emergere le ispirazioni che ha preso da altre parti.
Lo posso vedere esattamente come se i miei occhi fossero lì, come se una parte del mio corpo si fosse davvero staccata da me e avesse preso quell'aereo. 
Sono qui e lì, allo stesso tempo.
Mi piace pensarlo.
Fisica quantistica.
Sto viaggiando troppo con l'immaginazione?
Ma d'altronde che cosa siamo senza immaginazione?


P.P.S.
Per chi volesse saperne di più sul motivo principale (ma non per questo più importante) della mia permanenza forzata, può consultare la pagina Facebook del mio primo romanzo Passato Prossimo 
oltre al mio sito ufficiale http://alessandrocona.com/

Saludos.



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