08 diciembre 2016

CUBA, Fidel Castro e la giusta prospettiva



Ho aspettato pazientemente che terminasse il clamore per la morte di Fidel Castro, o meglio, la solita, consueta diatriba tra chi si schiera pro e contro un personaggio quando questi se ne va, nella maggior parte dei casi senza saperne assolutamente nulla. Negli altri casi, e forse è anche peggio, pensando di saperne qualcosa avendo pestato il suolo cubano per qualche settimana in uno dei paradisi di plastica che ben poco hanno a che vedere con la vera Cuba. 


Il segreto per capire se è morto un rivoluzionario che ha regalato un sogno alle persone o un dittatore repressivo sta nel guardare le cose dal punto di vista corretto. Ho sentito svariate voci che dipingevano l'isola cubana come una prigione a cielo aperto, un luogo povero, miserabile, fatiscente, che cade letteralmente a pezzi e dove la gente prova sulla propria pelle una sorta di privazione sensoriale, essendo abituata solo a pochissimi sapori;
un luogo dove per gli stranieri è difficilissimo poter ricevere attenzioni che non nascondano interessi dietro, dove i supermercati sono spogli come alberi in autunno, dove nove volte su dieci se una donna o un uomo manifestano piacere nei riguardi di un forestiero è perché vogliono andare a letto con il suo passaporto, non con lui. 

Non è che non ci sia verità in tutto questo, ma è importante la prospettiva con la quale ci si guarda intorno a Cuba. 
Molti di quelli che ho ascoltato parlare male del paese caraibico sono andati in vacanza da quelle parti pretendendo l'accoglienza che troverebbero a Sharm el-Sheikh, che in pratica è così se si atterra a Varadero, ma quella non è Cuba nemmeno minimamente. Ce ne sono altri che dipingono i cubani come arroganti, antisociali e che addirittura maltrattano i turisti appena si rendono conto che non riusciranno a ottenere nulla da loro. 
Ognuno racconta secondo le proprie esperienze, ma io ho girato in lungo e in largo l'isola e queste descrizioni le trovo completamente infondate. Ma non perché le testimonianze di chi ha avuto cattive esperienze siano meno degne di nota, ma probabilmente perché lo spirito di chi le racconta è quello di chi era convinto di andare in un Paese normale.
E qui veniamo alla prospettiva giusta con il quale guardare le cose: più ci si mescola con la loro cultura, più si cerca di vivere come vivono loro quotidianamente e meno si verrà scambiati solo per portafogli con le gambe. Se una persona povera potesse scegliere dove nascere, probabilmente sceglierebbe l'isola cubana e questo perché all'Avana e dintorni difficilmente vedrete un bambino mendicare o soffrire gli stenti della fame, come invece è facile vedere nei più "normali" stati centro-sud americani. Galleggiano tutti nell'economia di sussistenza. È a questo che possono essere paragonati i cubani: a persone che fino a quando stanno ferme nella posizione del morto il mare le riporta a galla permettendo loro di respirare, ma che se muovono braccia e gambe in maniera agitata affondano e che quindi difficilmente si possono muovere più di tanto. Ma questo non impedisce loro di vivere con straordinaria umanità, intelligenza, cultura e salute, queste ultime due garantite in toto dallo stesso stato che per molti è considerato una dittatura. 

Cuba del resto è una perla e un punto di riferimento proprio per gli abitanti dei paesi che stanno peggio di tutti, che atterrano sull'isola uno più malandato dell'altro per andare lì a curarsi. La stessa gente che noi nel cosiddetto primo mondo lasciamo morire con indifferenza e che la "povera" Cuba accoglie a braccia aperte. Diventa così quantomeno inopportuno leggere tanti commenti di persone che dall'alto della loro tastiera Cuba non l'hanno mai vista o se l'hanno vista non hanno capito niente. Perché per loro la normalità è fatta di confort, di sicurezze e della presunta libertà di poter avere tutto, a prescindere dal fatto che questo capiti oppure no. È tutto assolutamente legittimo, di aspirazioni si ciba l'animo umano ma quando passiamo da quelle parti e non ci fermiamo solo a goderci mare, spiagge e clima paradisiaco, dovremmo riuscire a discostarci da quello che è il nostro normale punto di vista. 

Se la nostra prospettiva è quella del consumatore medio da centro commerciale, è ovvio che atterrati a Cuba sembreremo circondati da miseria. L'isola del resto non conosce la pubblicità, e nei cartelloni che da noi sono monopolio di sinuose modelle di Victoria's Secret ci sono solo scritte motivazionali che inneggiano alla vittoria e bandiere cubane dipinte. È l'altra faccia del non avere nulla da comprare, non c'è bisogno di convincere qualcuno a farlo. 

Questo ho capito avendo avuto la fortuna di vivere la vera Cuba, quella che, Donald Trump permettendo, sarà soppiantata da una Cuba più normale, dove ci sarà lavoro per ricostruirla, agi, ricchezza, lusso, aspirazioni, consumismo e quindi anche invidia, lotte di classi, clan e criminalità. 
Perché il capitalismo ha sempre due facce della stessa medaglia e quello che è stata la Cuba di Fidel Castro ha le sembianze di una moneta che cadeva in piedi, una cosa assurda per concezione, ma proprio per questo unica da vedere e da vivere.
Fidel aveva un sogno: voleva eliminare la povertà dal suo popolo e si può dire che l'abbia fatto, rendendo i poveri un po' meno poveri e trattando i "ricchi" (che nel loro paese di origine sono operai) inevitabilmente come bancomat. Questo non ha impedito a questi ricchi, che sono gli stessi che disprezzano Cuba e che la dipingono come un luogo pericoloso e povero, di andare e venire da lì, senz'altro alla ricerca di qualcosa che non avevano mai visto prima e che probabilmente non vedranno mai più.







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