11 enero 2017

Andare via


Doveva arrivare prima o poi, l'ultima notte in Italia, passata con i New Order a palla nelle cuffie e davanti a una tisana rilassante che fuma e che sta cercando di calmare le normali tensioni della vigilia. Dovrei essere talmente abituato ormai a questo genere di cose da non avvertire più nessun tipo di ansia. 
Ma questa volta non è come tutte le altre.
Un misto di sensazioni contrastanti tra di loro stanno facendo una guerra all'interno del mio cranio e per vedere quale vincerà non posso far altro che poggiare il mio fondoschiena su un aereo con una destinazione lontana e aspettare che decolli.
Era da qualche anno ormai che non mi succedeva di passare tutto questo tempo da queste parti e non nascondo che negli ultimi mesi ho avuto la sensazione che qualcosa mi trattenesse davvero qui, al di là delle persone care a me che implicitamente hanno reso il distacco un po' più doloroso e con il loro "ma perché non ti fermi ancora un po' di più?" mi hanno fatto vacillare non poco.
L'Italia per me è come la più apprensiva delle mamme dalle quali prima o poi si ritorna perché la sensazione di sicurezza non ha eguali e la stessa mamma dalla quale è fondamentale staccarsi per capire davvero di che pasta si è fatti.
Ho sentito spesso rimbalzare qua e là nel web una considerazione relativa al fatto che se in Italia ci fosse una condizione migliore molti compatrioti all'estero tornerebbero volentieri a viverci. Al di là del fatto che la condizione è una questione di punti di vista, di motivazioni e di possibilità, io no, non tornerei a viverci al 100%, proprio perché al giorno d'oggi avere una sola postazione di vita è troppo riduttivo. Siamo ormai circondati da possibilità che fanno di noi dei potenziali viaggiatori perenni o quantomeno abitanti di più luoghi che anche il concetto stesso di casa andrebbe rivisto profondamente. Casa è qui, dove le radici mi hanno fatto venire fuori, casa è a circa diecimila km, dove le radici le ho piantate con totale potere di scelta, casa è in decine di altri posti sparsi per il pianeta dove qualcuno aspetta il mio arrivo con due braccia aperte e una minestra calda su un tavolo.

E poi diciamoci la verità: l'idea di avere più punti di vista per osservare la stessa cosa è fondamentale alla crescita e dovrebbe essere un mantra per molti. Il miglior paradiso può avere le sembianze del peggior girone infernale se non si ha la possibilità di vederlo da fuori, anche di desiderarlo.

C'è però da considerare il distacco fisico da qualcuno che è davvero importante, l'idea che per molto tempo non si potrà condividere l'unica cosa che conta davvero, vale a dire un attimo, uno sguardo, una carezza, un abbraccio o un rimboccamento di coperte quando ci si addormenta in posizioni improbabili su un divano. Nel mio caso specifico, vivo ormai da tempo una condizione nella quale i miei spostamenti non sono regolati da obblighi specifici, ma sono del tutto autogestiti. Questo è uno modo di vivere che trovo meraviglioso ma che inevitabilmente mette a nudo una mancanza di alibi profonda. A volte sarebbe più facile congedarsi da qualcuno che si ama spiegandogli che un obbligo irrinunciabile e impellente ci sta separando. La libertà consiste anche nello scegliere deliberatamente di allontanarsi da qualcuno che si ama perché si preferisce semplicemente stare da un'altra parte, perché l'istinto, il caso e l'incoscienza ci hanno portati lontani, lontanissimi.
Vado via perché é ora che lo faccia, perché lo avverto come un altro passaggio cruciale della mia vita.

Ti fermerai prima o poi, metterai anche tu la testa a posto, diceva qualche giorno fa il mio vecchio nel salutarmi con il groppo in gola. Penso di non avere mai avuto la testa così tanto incassata sulle spalle e questo non ha fatto altro che farmi prendere coscienza del mio bisogno di abitare più luoghi nel mondo, odiando profondamente gli addii, ma godendomi fino all'ultima lacrima scesa quando l'abbraccio di congedo si allunga quei dieci-quindici secondi in più che bastano per fare inumidire il ciglio.

Tornerò, com'è giusto che sia, ma non so quando. Volutamente, come mi capita ormai da anni, non ho acquistato un biglietto di ritorno.
Trattandosi di me potrebbe essere una settimana o una vita e il fatto di non saperlo rende tutto più 
eccitante. È l'incertezza che da fattore negativo e in qualche modo preoccupante diventa invece una possibilità. Le certezze ci danno sicurezza, ma piantano i piedi al terreno e con esse spingono inevitabilmente a cercare la strada più semplice quando ci si trova a uno dei tanti bivi che l'esistenza ci mette di fronte. 
Da tempo davanti a un incrocio ho finito per scegliere di non scegliere, e vedere che cosa aveva in serbo per me la casualità e devo dire che l'istinto molto spesso ha l'occhio più lungo di un ragionamento fatto a tavolino. 
E poi quando si parla di mettere la testa a posto e di avere una stabilità nella vita penso che cerchiamo stabilità e sicurezza vivendo su un sasso che ruota a velocità supersonica su se stesso, attorno a una palla di fuoco persa nell'immensità cosmica.
Chi ha il coraggio di parlare di stabilità? 

 

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