19 febrero 2017

ECUADOR, l'alcol si innalza a ragione di stato



(CUENCA, ECUADOR) - Continuano senza soluzione di continuità i miei viaggi nel tempo. 

Questa volta mi sono ritrovato nel bel mezzo del proibizionismo della Chicago Anni Trenta, quella dei tempi di Al Capone, ma leggermente più a sud.
Siamo in Ecuador, un Paese che si accinge a votare il presidente della Repubblica dopo dieci anni e due tornate elettorali dove a trionfare fu il socialista (ma esiste ancora il socialismo?) Rafael Correa.

Un Paese dove esiste ancora la Ley Seca, vale a dire la legge che proibisce il consumo degli alcolici nei giorni antecedenti alle elezioni. Fino alla chiusura delle urne sarà impossibile comprare una qualsivoglia bottiglia di vino, birra, alcol e soprattutto consumare bevande alcoliche per far sì che gli elettori possano scegliere da sobri il loro futuro.
È questa la parte più divertente: uno stato che si "preoccupa" della sobrietà dei propri elettori giusto il giorno prima di votare è da barzelletta, come se avesse ormai accettato l'ubriachezza molesta e irrecuperabile dei cittadini e chiedesse loro il favore di non distruggersi il fegato almeno una volta ogni 5 anni. E come lo chiedi il favore, se non con una legge tanto proibizionista quanto ridicola? 
La legge in questione stabilisce che non si può bere alcolici per 48 ore prima delle elezioni, pena una multa e la detenzione. In Ecuador in particolare, fino a poco tempo fa, questa restrizione era valida tutte le domeniche escluso il consumo nei ristoranti.

In un Paese dove scorre più rum che sangue nelle vene istituire un giorno nel quale è proibito dalla legge bere è come dare metadone a un tossicodipendente e poi lasciare che torni al suo ago per sei giorni alla settimana.

In un Paese dove se a una cena dici di no a una colletta per comprare una bottiglia di whisky ti guardano come se gli avessi detto di aver contratto la malaria, cos'è una Ley Seca per non dover bere prima delle elezioni se non una pagliacciata?

Venendo alle elezioni nello specifico,  mi era successo anche in Venezuela ai tempi in cui morì Chavez di trovarmi tra due fuochi che indicavano la vittoria del rispettivo competitor come una disgrazia epocale. Quella volta vinse Maduro, un'ex autista di autobus e portaborse di Chavez che ha sprofondato il suo Paese, potenzialmente uno dei più ricchi del continente, in una crisi senza fine (ma non ha fatto tutto lui, c'è da riconoscerlo.) Un vero esempio di incompetenza al potere. È quello che molti da questo lato delle Ande temono possa succedere se Lenin Moreno, candidato governativo e vicepresidente negli anni di Correa, dovesse vincere le elezioni.
 Da un lato come dare loro torto? Con le misure che il nuovo governo socialista vorrebbe imporre, confermando quelle proposte dal governo uscente, i più ricchi dovrebbero pagare allo stato il 75% delle tasse su quello che possiedono. Un salasso al quale ovviamente nessuno vuole sottostare. E tanti saluti all'equità sociale, proprio la stessa promessa da un banchiere, all'opposizione, che ovviamente abrogherebbe subito il salasso per i ricchi di cui sopra (e ci dovrà spiegare senza ridistribuire la ricchezza di quale equità sociale parla).

Il dato di fatto è che la forbice ricchi-poveri si allarga sempre di più e in maniera irreversibile per una tendenza storica, non per colpa di un singolo governo. Un Paese in generale è sempre tirato per la camicia da due parti: l'equità sociale reclamata dai più poveri e lo sviluppo sponsorizzato dai più ricchi e quest'ultimo è inevitabilmente destinato a vincere. 

La verità è che sappiamo benissimo che nessun governo potrà mai fare nulla su un punto: accontentare tutti. Anche perché, diciamoci la verità: siamo socialisti fino a quando non abbiamo un dollaro in tasca, ma non appena sentiamo il fruscìo delle banconote l'individualista che è in noi prende il sopravvento e il giocoliere al semaforo che prima ci faceva sorridere e sperare in un mondo libero e al quale davamo la nostra moneta convinti di aver salvato il pianeta dalla povertà, diventa improvvisamente un nemico che vuole portarti via quello che hai in tasca.
Perché non dovrebbe essere così anche qui in Ecuador? Anche se c'è da dire che le ragioni del voto che ho sentito da queste parti sono da farsi drizzare i capelli in testa.

Mi sono sentito dire cose tipo "Non voto per Correa (Lenin Moreno ndr) perché quando è arrivato al potere era bello mentre adesso è grasso" (l'ho sentita davvero, giuro), o perché "è tronfio, arrogante, borioso", perché offende i suoi oppositori". 
Si scambia sempre di più la ragione per la quale si vota per un fatto di semplice empatia, usando sempre di più la pancia e poco il cervello, poco importa se poi la pancia non è piena d'alcol per due giorni ogni cinque anni. E allora quando le persone votano per i propri meri interessi, lasciando gli ideali nascosti in un cassetto, sembra addirittura il male minore, dato che alla fine della fiera si vota qualcuno quando apporta un vantaggio alle nostre vite. Un do ut des che sembra inevitabile e che ovviamente genera una corruzione dilagante. La stessa della quale poi ci si lamenta, ignorando il fatto che è insita nel Dna delle persone.
Effettivamente una soluzione l'ho trovata: potrei prendere la cittadinanza, fondare un partito, o uno di questi inutili movimenti che parlano di onestà e poi fanno costruire grattacieli a Roma (grattacieli a Roma, porca puttana! Nemmeno Nerone sarebbe stato capace di tanto), farmi eleggere e trasformare l'Ecuador in una repubblica parlamentare, dove i presidenti li nomina un capo dello stato, dove le persone non scelgono il primo ministro ma i rappresentanti che lo eleggono al posto loro, anche se non sanno che è tutto in regola e invocano il voto un giorno sì e l'altro pure, dove essere decisionista significa automaticamente essere un dittatore. Somiglierebbe però troppo a un Paese a forma di Stivale a diecimila km da qui dove 60 milioni di persone si lamentano di tutto quello che non va ma quando si tratta di cambiare qualcosa preferiscono il detto "anche oggi cambiamo domani". 
L'unica cosa che qua non farebbero mai sarebbe invocare le elezioni ogni due per tre. Con la Ley Seca a ogni votazione ci sarebbe davvero il rischio di diventare sobri. 
E come lo passiamo poi un fine settimana avendo l'obbligo di pensare con il nostro cervello?

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