08 abril 2017

ECUADOR, la democrazia in fumo di Moreno e Lasso



Lenin Moreno ha vinto le elezioni in Ecuador dopo un testa a testa al ballottaggio con l'oppositore Guillelmo Lasso. Sembra la cronaca di un incontro di calcio avvincente tra due avversari che se le suonano di santa ragione, con la differenza che entrambi, a distanza di quasi una settimana dal verdetto, continuano a proclamarsi vincitori. 

 L'ex vicepresidente del governo Correa ha dalla sua i risultati ufficiali, divulgati non senza ombre dal Consejo Nacional Electoral, l'organo che si occupa del conteggio dei voti che recitano una vittoria di misura, 51% a 49%; l'ex banchiere si appella a tutti gli istituti di exit poll che fino a venti minuti prima della proclamazione sostenevano come Lasso vincesse con il 53% delle preferenze sul suo avversario. 
Il dubbio rimane ovviamente, ed è materia di cospiratori e complottisti a buon mercato. Una cosa è certa: il dopo Correa, che ha governato per dieci anni di fila, mostra un Paese spaccato in due come nella migliore tradizione democratica.

Chi si lamenta dell'autoritarismo del governo socialista dimentica, o fa finta di farlo, che nel 2014 l'opposizione vinse la tornata amministrativa nelle città chiave della nazione, Quito, Guayaquil e Cuenca, rafforzando la sua posizione nei confronti del governo messo alle corde. Quella posizione fu importante in campagna elettorale, ma forse non abbastanza per una vittoria schiacciante.

Chi adesso grida al "fraude" e dà fuoco a copertoni in piazza dimostrando tutta la sua stupidità politica, al primo turno avrebbe potuto fare qualcosa in più che fare arrivare Lasso secondo con un misero 29% di preferenze. Bastava non disperdere i voti in altri improbabili candidati e il gioco era fatto, nessuno poteva appellarsi all'autoritarismo di un governo che nella prima tornata elettorale a stento arrivò al 39%.

Numeri, numeri, numeri, che non fanno altro che confondere ancora di più le idee, fanno pensare che ci sia per forza qualcosa sotto, che questo paese dopo dieci anni di socialismo 2.0 non è pronto per un cambio radicale, che per altro sta già avvenendo in buona parte dell'America Latina.
Il quadro politico del Sud America infatti è abbastanza chiaro, evidenziato dalla vittoria di Mauricio Macri in Argentina nel 2015 e a fronte dell’impeachment in Brasile della ex presidente Dilma Rousseff.

Putroppo però la tendenza a livello mondiale è sempre più questa. Non si vota più per un'idea di politica, di vita, di futuro, ma sempre contro un'idea di politica, di vita o di futuro. Donald Trump ne è un esempio lampante: in quanti di quelli che lo hanno votato lo hanno fatto per le sue idee politiche e non per dare un calcio nel sedere all'establishment rappresentato da Hillary Clinton

La verità però è che se in un Paese la maggior parte degli aventi diritto al voto sono poveri voteranno per misure più vicine al socialismo che al capitalismo. È naturale: è difficile che un povero, per quanto ignorante, possa credere in un modello di crescita e sviluppo che nel migliore dei casi lo ignorerà del tutto e nel peggiore lo spazzerà via. È molto più semplice farsi abbindolare da un bono solidario di 150 dollari, proposto dal governo in carica, che ha tutte le sembianze di un voto di scambio a corto termine e che ha un retrogusto troppo venezuelano per non allungare ombre minacciose su quale potrebbe essere il futuro dell'Ecuador di Moreno.
 Tanti paragonano questa tornata elettorale a quella che vide vincere Maduro contro Capriles a Caracas nel 2013. Da allora il Venezuela, che non era certo un esempio di sviluppo negli anni di Chavez, sta vivendo una crisi profonda della quale non si vede la fine, con una recente svolta autoritaria del capo di Stato che non promette nulla di buono. 
La soluzione qual è? Far vincere un banchiere che prometteva un milione di posti di lavoro? Suvvia, in Italia con queste promesse abbiamo già dato da oltre vent'anni e sappiamo com'è andata a finire. Chiedere a un liberista come Lasso più equità per tutti era troppo paradossale per non suonare ridicolo.
L'Ecuador non diventerà come il Venezuela, almeno è quello che vivendo qui una persona deve augurarsi, ma ha ancora uno zoccolo duro di persone sulla soglia della povertà che si sarebbero sentite spazzate via completamente in quanto a diritti dalla vittoria di un liberista.
Si parla di un cambio e del fatto che dopo dieci anni di Correismo andava cambiata direzione. È vero, forse era anche auspicabile, ma se non è stato fatto non è per un fraude, ma perché l'ecuadoriano medio non è ancora pronto per un Paese a modello nord americano con tutti i pro e i contro. L'ecuadoriano medio avrebbe voluto un cambio nell'illusione che la pressione fiscale si sarebbe abbassata, quella stessa pressione anche grazie alla quale il Paese è diventato un po' più decente di com'era vent'anni fa. 
E poi bastava votare in massa per il cambio e nessuno si sarebbe potuto mettere in mezzo. Quando la vittoria è schiacciante lo è a prescindere dai favori arbitrali, ma quando è tutto in bilico è facile che la bilancia penda da una parte o dall'altra per questione di dettagli. Quando l'Ecuador vorrà davvero il cambio lo attuerà senza se e senza ma, ma dovrà fare qualcosa di più che bruciare pneumatici in piazza e gridare allo scandalo.
E chissà che, conoscendo il DNA latino fatto di colpi di stato nella storia e le piazze principali piene di persone, non lo faccia a breve. Nella peggior maniera possibile.

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