25 agosto 2017

ECUADOR, Lenin Moreno, il Frank Underwood dell'House of Cards ecuadoriano



(ECUADOR) - Lenin Moreno è uno squallido voltagabbana o è il più astuto dei politici americani, da far impallidire persino i magheggi e i  sotterfugi di Frank Underwood in House of Cards? Se lo stanno chiedendo in molti in Ecuador da quando è stato eletto tra accuse di brogli elettorali (come sempre da queste parti),  minacce che il Paese sarebbe diventato come il Venezuela, rivolte di piazza che si sono affievolite al primo ponte festivo.
Tutti quelli che hanno votato il candidato di destra Lasso sono andati avanti per mesi con la tiritera che Moreno fosse un burattino legato a doppio filo al presidente uscente Correa e soprattutto al suo fidato vice Jorge Glas. Secondo loro infatti Moreno, che dopo un incidente è costretto sulla sedia a rotelle, avrebbe lasciato l'incarico dopo qualche mese per fare insediare il braccio destro di Correa e continuare con la Rivoluzione Ciudadana che tanto ha spaccato in due il Paese, al netto di quello che di buono ha fatto.
Sembrava un copione talmente scontato che qualcosa di imprevisto doveva passare per forza, come in un giallo con il finale a sorpresa o come in un film di Christopher Nolan. Moreno, che è stato appoggiato in campagna elettorale come il segnale più forte di continuità con il passato, ha realizzato il più classico dei colpi di teatro, prendendo decisamente le distanze dal suo predecessore e iniziando una politica volta al dialogo e alla riconciliazione tra le varie parti politiche e sociali.
L'azione più clamorosa e per la quale si è aperta una faida nel partito di maggioranza tra chi appoggia il presidente e i correisti più radicali è stata togliere ogni funzione al vicepresidente Glas, sotto indagini preliminari per peculato e altre presunte pratiche illegali, nell'ambito dello scandalo Odebrecht che sta mietendo vittime illustri in mezza America Latina. Durissima la reazione di Glas, del cerchio magico di Alianza Paìs e dello stesso Rafael Correa, che ha subito gridato al complotto.
Il dialogo sembra l'asse portante della presidenza di Moreno, che ha esortato il popolo ecuadoriano a unirsi nella lotta alla corruzione da ogni parte questa provenga e la stampa a denunciare liberamente scandali, anche se questi coinvolgono membri del suo governo o del suo partito.

Uno dei primi provvedimenti del presidente della Repubblica è stato di riaprire la porta al dialogo con la Conaie, movimento indigeno osteggiato da Correa, restituendogli la sede e assicurando indulto ed amnistia a vari dirigenti indigeni.
Moreno sta interpretando quindi un nuovo approccio, dettato dalla sua indole più dialogante, ma non per questo meno determinata, e probabilmente dalla necessità di evitare una polarizzazione di stampo venezuelano, la stessa cosa che i destrorsi si aspettavano con il suo insediamento.  A proposito: che fine ha fatto l'opposizione che tanto sbandierava il rischio di un ritorno al Sucre come moneta nazionale e dello smantellamento della dollarizzazione con l'avvento di Moreno? Quelli che hanno votato Lasso sperando di non proseguire con il correismo si sono ritrovati paradossalmente vincitori nonostante la sconfitta di misura alle urne, dato il cambio di rotta deciso di Lenin e la guerra ormai aperta nei confronti dell'ex presidente, al quale non è rimasto altro che gridare al complotto via Facebook da un appartamento mansardato di Bruxelles.
Per quel che ha fatto vedere fino a questo momento, Lenin Moreno sembra un politico più esperto e navigato di quello che ha sempre lasciato presagire, evidenziando un cerchiobottismo tipico dei potenti più furbi e carismatici del continente, cercando di distruggere alacremente l'immagine del suo predecessore (e questo non può che portargli consensi anche dall'opposizione). La ricerca del dialogo dovrebbe far piacere a tutti, siano essi del suo partito o della destra, ma il fatto che i correisti più convinti gli abbiano voltato le spalle accusandolo di essere un traditore fa notare ancora una volta che la politica non potrà mai mettere tutti d'accordo, per il semplice fatto che è più facile dichiarare guerra a chi non la pensa diversamente (nonostante ci si condivideva il tavolo da pranzo fino alla legislatura precedente) che cercare un punto d'incontro e ammettere che il Paese, dopo dieci anni di correismo aveva bisogno esattamente di distendere i toni. La politica è l'arte del compromesso hanno sempre detto, ma i più radicali, siano essi correisti in Ecuador, lepenisti in Francia o salviniani e neofascisti di CasaPound in Italia il dialogo non lo vogliono, convinti di avere sempre la verità in tasca.

In Italia del resto, per due anni ha governato Matteo Renzi, che per le sue politiche ha fatto più contenta la destra che i suoi compagni di partito. Pare chiaro oramai che i partiti nati da ideologie di sinistra per governare debbano diventare di destra, cosa che non succede mai al contrario. Sono costretti a schiacciare l'occhiolino a provvedimenti che fino a poco tempo fa erano appannaggio di realtà repubblicane e neoliberiste, mentre quando il socialismo viene espresso ancora in tutta la sua sostanza i risultati sono semplicemente disastrosi (vedi Venezuela e Corea del Nord). Lungi da me dire che questo sia un bene, ma è semplicemente il risultato di un individualismo estremo che non permette e non accetta di aspettare i più deboli nella corsa verso il progresso.
In conclusione il socialismo, anche in America Latina, deve appoggiarsi alle stampelle della destra per poter continuare a stare in piedi e quindi ben venga il Moreno di turno che dà un colpo al cerchio e l'altro alla botte, nell'obiettivo, forse idealista e utopico, di mettere tutti d'accordo.

Poi forse domani mattina Lenin si sveglierà con la luna storta, rinnegherà il dialogo con tutti, reintrodurrà il Sucre, cancellerà la dollarizzazione, difenderà a spada tratta il suo vice Jorge Glas, al quale cederà tutti i suoi poteri per motivi di salute e vissero tutti felici, contenti e divisi. Perché forse la guerra tra fazioni e la politica come tifo da stadio è esattamente quello che vogliono i cittadini e un presidente dall'aspetto forte e arrogante come Correa farà sempre più presa di un bonario su una sedia a rotelle incline alla mediazione. E la sceneggiatura tornerà prevedibile come il peggior episodio di House of Cards.

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