04 septiembre 2017

Perché l'evoluzione digitale ha creato nuovi uomini di Neanderthal

Internet dovrebbe farci conoscere il mondo, avvicinarci, connetterci in un'unica enorme famiglia mondiale e invece per il suo utilizzo sconsiderato stiamo retrocedendo all'era dell'uomo di Neanderthal.
Siamo diventati una generazione di giudici e filosofi, che puntano il dito contro chi ha la sventura di mettere a nudo gli errori che fanno tutti quotidianamente. Gli internauti, quando sono davanti a uno schermo in un nanosecondo hanno la possibilità di trasformarsi in Baudelaire, Einsten, Casanova, Sepulveda, Benedetti e Coelho, grazie a Google che con il tempo è diventato il loro vero cervello. Non c'è neppure più bisogno di studiare qualcosa, capirlo e archiviarne i ricordi. C'è già qualcuno nell'etere che lo ha già fatto al posto loro e che lo ha gentilmente condiviso perché lo possano sfoggiare con qualcuno che devono convincere di essere speciali.
Non c'è nulla di speciale ad essere normale, recita il titolo di uno dei molteplici gruppi nati su Facebook che dispensano frasi banali e scontate che fanno presa su molti e generano dibattiti a non finire. È vero, non c'è nulla di speciale ad essere normale, ma oramai il normale si sente automaticamente mediocre e frustrato e quindi l'unica maniera per sfogare la sua rabbia è mettersi davanti a una tastiera e trasformarsi in un leone. I bersagli sono tutti, l'importante è che commettano un errore. E quando si parla di errori non si intende omicidi pedopornografici o stragi di massa, ma più semplicemente una negligenza che potrebbe essere di tutti, come un tradimento, come un insulto durante un diverbio tra due automobilisti. Vale tutto, l'importante è che si può ostentare quell'insopportabile sensazione di perfezione, quell'essere almeno per un attimo dalla parte giusta della barricata, da quella dei giudici e non degli imputati.
La violenza che fa più paura in rete non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle cosiddette persone normali, che dietro la protezione di uno schermo possono sfogare i loro istinti più sanguinari. È facile dire "è colpa dei social, è internet che è il mostro con le zanne, si stava meglio quando le persone si guardavano negli occhi e non attraverso il filtro di uno smartphone". Dare la colpa della mestizia umana a internet è come incolpare una Ferrari stampata contro un palo di aver fatto morire chi la guidava, dimenticandosi che non avesse né patente né la minima idea di come frenare. La verità è che la malvagità umana c'è sempre stata, ma prima la si poteva sfogare solamente contro una televisione che comunicava in maniera unidirezionale o con un gruppo di amici davanti al cicchetto al bar. 

A parole tutti, nessuno escluso, dicono qualcosa con cognizione di causa, partendo dal voler fare giustizia o solidarizzare a favore del più debole. Ma alla fine la sete di giustizia scatena una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare. E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna?
Qualche giorno fa da queste parti, a Quito, è successo uno di quei casi talmente comuni che non meriterebbero neppure menzione, ma che sono la cartina di tornasole perfetta dei tempi in cui viviamo.
Un pedone attraversava le strisce, un furgone ha frenato all'improvviso, finendo per invadere la zona pedonale. Questi ha colpito con un pugno il cofano anteriore del veicolo e l'autista per tutta risposta è sceso e lo ha coperto di insulti, mentre l'uomo a piedi in maniera automatica, come se fosse stato indispensabile, ha ripreso la scena in video con il telefono. Lui era quello buono, quello che voleva solo attraversare, mentre l'altro era il male, il cattivo in sella a una bestia con gli artigli e le ruote chiodate. La sua sete di vendetta si è acuita quando si è reso conto che il furgone fosse senza targa e con i vetri oscurati, tipico degli autoveicoli governativi. Il video ovviamente è finito online diventando virale in un attimo, perché tutti i pedoni (anche se un attimo prima erano automobilisti esattamente come lui) non aspettavano altro  che inveire contro il mostro per aver quasi provocato un incidente e per aver perso la testa, additandolo come il politico approfittatore e prepotente. A nulla sono serviti i chiarimenti del pilota del veicolo che spiegava come fosse semplicemente l'autista del capo di un'impresa. La stupidità della tempesta che ne è seguita è stata ovviamente superiore di un diverbio che si sarebbe potuto concludere con un vaffanculo e un dito medio. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della ragione.

 C'è da dire anche che una volta per spettegolare di qualcuno come facevano le comari nei borghi di periferia almeno bisognava conoscerlo di vista, per poter vedere una rissa e raccontarla agli altri bisognava rischiare di prendersi un pugno nell'avvicinarsi. Adesso è tutto permesso comodamente seduti sul divano o alla peggio dalla finestra del balcone di casa con il conforto di una videocamera integrata e un video del litigio del vicino da condividere con tutti.
Una volta, in maniera provocatoria durante una cena tra amici, proposi la soluzione al dilagare della stupidità umana sui social: ogni commento costa 1 euro, un post su Facebook 5, caricare immagini 10 e video 20 euro. Se pubblichi o condividi una bufala riconosciuta viene sospeso il tuo profilo per una settimana, se fai commenti offensivi, minacce di morte o errori grossolani di grammatica, l'account viene sospeso a tempo indeterminato. O Facebook & C. si spopolerebbero nel giro di una settimana, mi risposero, o semplicemente commenterebbero a vanvera solo gli stupidi ricchi e pagare sarebbe il lasciapassare per poter dire qualsiasi tipo di orrore. In un mondo nel quale le persone non vogliono più pagare niente e il sistema dà ragione a loro, dato che guadagna di più dalla loro semplice presenza che estorcendogli denaro dal portafoglio, pagare per esprimere un'opinione in effetti suonerebbe maledettamente antipatico per la libertà di espressione e antidemocratico in stile Corea del Nord.

No, la soluzione non è privare le persone, anche le più ostinatamente imbecilli, della parola, non ha mai funzionato.
Tutta questa intolleranza verso i social, verso chi commenta augurando la morte a qualcuno, verso chi ha sempre l'ultima parola su tutto ci fa diventare esattamente come loro (del resto se odi gli hater diventi hater anche tu e così si torna al punto di partenza dei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte). L'intolleranza non ha mai risolto nulla, se non generare ancora più intolleranza. Come un male necessario e inevitabile bisogna accettare la sua esistenza per esserne immuni. Tempo fa facevo due chiacchiere con una persona che era preoccupata del fatto che i suoi finti amici le parlassero alle spalle. La guardai e le dissi senza tanti giri di parole: "Smettila di preoccuparti, perché tanto questo succede e succederà sempre". Proprio come chi del gossip, del pettegolezzo, della cattiveria gratuita proprio non riesce a farne a meno, esisteranno sempre coloro che sfogheranno la frustrazione per la loro vita inutile con minacce di morte, insulti e ogni tipo di orrore dietro lo schermo di un telefono o di un computer.
 Magari ignorandoli, evitando di finire nei commenti a piè di un articolo o di un post e spendendo il tempo per utilizzare internet per come è stato concepito, potranno scomparire dalla nostra vita e smetteranno di condizionare negativamente la nostra quotidianità, esattamente come fantasmi che spariscono appena si accende la luce.

Per concludere, proviamo a fingere per un momento che il web sia ormai il migliore dei mondi possibili. Che razza di senso può avere andarsene in giro per post e aggiornamenti con la bava alla bocca nel tentativo di fare a botte virtualmente con la foto di un profilo altrui?
Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre virtuali non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in questo modo dissennato. Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un attimo – cosa ci stiamo precludendo comportandoci a parole come pazzi sanguinari? Che cosa stiamo perdendo nel non usare la rete esattamente come dovrebbe essere usata, e quindi per evolverci? 

La risposta la sapete già.
Haters del cazzo.


No hay comentarios.:

Non è sessismo, è paura (e invidia) della bellezza

Che cos'è il mondo ideale? Ho sempre pensato fosse un luogo nel quale ogni persona a prescindere da sesso, razza, colore dei capelli ...