10 noviembre 2017

Quando il corteggiamento diventa automaticamente violenza sessuale



Viviamo periodi strani, dove l'importanza di ciò che si dice si misura in decibel a scapito del contenuto. 
È ormai chiaro che spararla più grossa e poi rettificare con inutili scuse fa più effetto di un concetto logico sussurrato. 
È l'esaltazione all'ennesima potenza del peccato.
Scagliala tu la prima pietra, tanto le porte di un confessionale sono sempre aperte, meglio se hai i pantaloni corti e frequenti la prima media.

Laviamo con un colpo di spugna, possibilmente una ventina di anni dopo, i peccati che abbiamo lasciato commettere, quando ancora le mani tozze e rugose su di noi di qualcuno che ci appariva potente non avevano il peso della vergogna ma più semplicemente la leggerezza dell'opportunità. 
So cosa stai pensando in questo preciso istante: anche io criminalizzerei la vittima e non il carnefice. 
No, la violenza, quella vera, è una cosa talmente lontana dal mio modo di essere che non riuscirei nemmeno a concepirla. Violenza è quella cosa fatta contro la volontà, niente a che vedere con un complimento fatto con lo stile di un camionista, una mano troppo lunga che si posa su una coscia in maniera languida o anche (seppur insopportabile), una minaccia verbale fatta con l'arroganza di una posizione di potere.
Occorre fare una distinzione chiara tra un abuso sessuale e una violenza psicologica, perché rischiamo di fare diventare labile il confine tra obbligare una persona e persuaderla. Un abuso è costrizione e questo porta con sé tracce, segni, che possono essere mostrati a un'autorità e far finire in galera il molestatore. Ma la pressione psicologica esercitata su una persona labile la possiamo chiamare raggiro, ma è passibile di denuncia? Altrimenti da domani denunciamo tutti i venditori di Folletto che hanno convinto con le loro tecniche di vendita all'acquisto le casalinghe che non avevano nessuna necessità di un'aspirapolvere.
Non ha molto senso lamentarsi perché "quell'uomo vent'anni fa mi ha convinta ad andare a letto con lui anche se non mi piaceva", perché si lascia troppo spazio a chi, a ragione, può controbattere con un semplice: "ma non potevi dire di no? Non potevi andartene?" Una pressione psicologica può perpetrarla anche un amante che convince con insistenza una donna a tradire il marito e cosa facciamo? Lo accusiamo di aver violentato una persona psicologicamente, quando questa poteva semplicemente dire no?
Sogno un mondo dove donne e uomini possano camminare nudi sul viale principale della città senza che questo costituisca un pretesto per fare loro del male. Ma di attenzioni e di corteggiamenti anche riusciti male si è sempre cibato l'animo umano.

Ho visto persone unirsi a una battaglia a colpi di #metoo che pregherebbero per essere violentate da un uomo purché il suo estratto conto sia grande almeno quanto la loro falsa indignazione. Che sanno a memoria la trilogia di 50 Sfumature di Grigio e che hanno fatto la fila al cinema per vedere quante frustate prendeva sulla schiena la protagonista, perché "molestami pure, ma devi essere come Christian Grey altrimenti ti denuncio se solo ti avvicini". Che scambiano corteggiamenti con molestie solo in base all'estetica di chi li rivolge.

La tentazione di essere giudici e non giudicati è troppo forte però. Portare la toga e fissare con aria di superiorità colui o colei che si trova sul banco degli imputati ci riporta a una dimensione nella quale possiamo dare libero sfogo alla nostra animalità e far cadere la bava alla bocca che per tempo immemore abbiamo mantenuto nel palato nella speranza di non deglutirla.
È facile sostenere che tutte le persone che sono state zitte per paura adesso devono denunciare il male subito. Ci fa sentire in un mondo che vuole ripulirsi, che apparentemente si rigenera e fortifica i suoi anticorpi. L'unica cosa che sarà chiara quando gli hashtag #Weinstein, #Spacey e #molestia usciranno dalla top ten dei trending topic sarà quella di aver buttato via il bambino insieme all'acqua sporca, come succede sempre quando il giustizialismo viene scambiato per un dogma.
Puntiamo il dito perché abbiamo fondamentalmente paura, se non certezza, di essere come e peggio dell'imputato che guardiamo con aria di superiorità dal banco dei giurati, con lo stesso inutile sollievo che provavamo a scuola quando interrogavano il nostro compagno e non noi, che come lui non avevamo studiato, evitandoci la gogna almeno fino alla verifica seguente.

Quando scoppia uno scandalo perdiamo sistematicamente un'opportunità per fare davvero pulizia della sporcizia in esso nascosta. È come se dovessimo ripulire una stanza sfitta da anni e, dopo lo sforzo fatto per togliere le ragnatele e la polvere più ostinata, evitassimo di spostare i mobili per eliminare il vero putridume, quello che non si vede, quello che fa più danni e odori molesti.
L'importante è poter ostentare la nostra buona volontà nel fare pulizia, nessuno intanto controllerà mai il risultato del nostro lavoro, sarà sufficiente un selfie con un paio di guanti da Mastrolindo e un hashtag #facciamopulizia per convincere il nostro pubblico che lo abbiamo fatto davvero.
Ha a che fare con la nostra necessità di sentirsi puliti, moralmente superiori e inattaccabili, con un lucchetto a doppia mandata al nostro armadio per nascondere gli scheletri. Perchè tutti ne abbiamo uno.
 Tutti abbiamo segreti inconfessabili, tutti abbiamo fatto un apprezzamento esagerato nei confronti di una persona, perché magari in quel dato momento ci è semplicemente uscito male, tutti almeno una volta abbiamo allungato un braccio per stabilire un contatto con qualcuno che non aveva nessuna intenzione di stabilire un contatto con noi. 
Dovremmo forse essere tutti accusati di molestie? Di certo no, che ognuno si tenga i suoi segreti e le sue sporcizie per sé, senza la necessità di ostentare perfezione scagliandosi contro il presunto mostro di turno come se chi punta il dito non avesse qualcosa di inconfessabile.

Le accademie di arti marziali sono pregne di donne che fanno seminari di difesa personale perché "non si sa mai chi mi becco per la strada" e questo da un lato è condivisibile. L'eccesso però in questi casi è iniziare a vedere nemici anche dove non ce ne sono, sentirsi ostile in quanto uomo, perché potenzialmente, avendo un pene, puoi fare qualcosa contro la volontà di qualcuno. Questo è decisamente troppo, non ci porterà a stare meglio ma solo ad essere ancora più diffidenti l'uno verso l'altro e il prossimo passo sarà un mondo dove il contatto umano dovrà essere vagliato prima da un arbitro che stabilisca le intenzioni che abbiamo.

Non appicco un incendio e brucio un albero perché da esso sono cadute diverse mele marce;
non smetto di volare in aeroplano perché in un dato momento qualche aeroplano è precipitato.
Non smetterò mai di corteggiare una donna solo perché molti uomini non sanno come farlo e sfogano la loro frustrazione e incapacità diventando molesti. E altri diventano pericolosi. Ma non è mai la maggioranza delle persone. La maggior parte degli uomini vanno in paranoia pura dopo una doppia spunta blu di WhatsApp, si fanno problemi a essere invadenti, pesanti e pedanti dopo una chiamata di troppo, passano tre appuntamenti a guardare inebetiti la loro interlocutrice senza alzare un dito perché hanno paura di un rifiuto e tornano a casa con le pive nel sacco illusi che quella donna che faceva tanto l'estroversa a parole, se non ha fatto il primo passo significava soltanto che non ci sarebbe stata. E invece ha già creato una chat comune con le amiche per farsi beffe di un povero stupido che dopo tre appuntamenti non l'ha posseduta con veemenza. Altro che mettere le mani addosso a qualcuno contro la sua volontà.

Vivo da anni in una realtà sud americana fatta di una fetta molto rilevante di donne (per fortuna non tutte ovviamente) che farebbero l'amore più con il mio passaporto che con me in quanto italiano, in quanto appartenente a un primo mondo che insultano, invidiano e al quale aspirano in maniera direttamente proporzionale. 
Che cercano assiduamente l'opportunità per piantare la bandiera in un terreno fertile, che cacciano gli uomini come se fossero prede, bancomat con cravatta e scarpe dai quali servirsi a loro comodo, che "viva il femminismo perché tutti dobbiamo avere gli stessi diritti ma che uomo sei se non mi paghi sempre il conto? Devi prenderti cura di una donna" (come se fosse handicappata e senza l'uso delle mani per aprire la borsetta e pagare lei), che accettano la violenza domestica come un male necessario per mantenere il loro status, sempre che l'uomo che le maltratta abbia una fisarmonica nella tasca posteriore dei pantaloni e possa indossare l'abito più luccicante quando devono mostrarsi al mondo con i loro sorrisi finti.

Ma va bene così fin quando fa comodo, dopodiché, possibilmente in una ventina di anni perché ci vuole tempo per metabolizzare i colpi, verrò accusato di molestie sessuali solo per averle degnate di uno sguardo.


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